sabato 31 marzo 2012

Riccardo Marasco - I' Fattaccio - da YouTube

venerdì 30 marzo 2012

Il cacio ingrediente della cucina fiorentina

Testo di Roberto Di Ferdinando

Nella cucina fiorentina e in generale in quella toscana, quale ingrediente non manca mai il formaggio, in Toscana chiamato “cacio”. E proprio l’origine di questo nome sta ad indicare quanta antica sia la presenza del formaggio nella tradizione culinaria della nostra città e della nostra regione. Infatti la parola cacio  deriva dal latino caseus (formaggio), che a sua volta deriverebbe da cohaesus, participio passato di cohaero, cioè essere unito, essere insieme (latte coagulato). Successivamente la parola cacio fu sostituita quasi in tutta Italia dal termine formaticum, che deriva, invece, dal greco formos, cioè il canestro di vimini utilizzato in passato durante la produzione del formaggio. A Firenze si usa ancora spesso il termine “cacio”.
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giovedì 29 marzo 2012

La Statua della Libertà ha origini fiorentine?

Testo di Roberto Di Ferdinando
Nella controfacciata della Basilica di Santa Croce è posta la tomba del drammaturgo Giovan Battista Niccolini, riconoscibile dalla possente statua che raffigura la Libertà della Poesia.  Ad un’attenta osservazione, questa statua richiama un famosissimo monumento, la statua della Libertà di New York. Una sorprendente somiglianza, tanto da far pensare che l’autore della statua della Libertà della Poesia (anche il nome è simile) si sia ispirato (abbia copiato) la Statua della Libertà, se non fosse che la Libertà fiorentina sia precedente a quella statunitense. Incredibile, ma vero.
Giovan Battista Niccolini muore a Firenze il 20 settembre del 1861 e viene sepolto nella Basilica di Santa Croce, il Pantheon dell’ingegno italiano. In vista del decennale della scomparsa di Niccolini,  il comitato  delle celebrazioni decise di dedicare al letterato pisano un solenne monumento funebre e fu incaricato dell’opera il viterbese Pio Fedi (1816-1892), da anni presente a Firenze dove si era diplomato all’Accademia delle Belle Arti. Di Fedi a Firenze sono famose altre due opere: il Ratto di Polissena nella Loggia dei Lanzi (1866) e la statua al generale Manfredo Fanti in Piazza San Marco. Nel 1870 Fedi inizia a progettare la statua, nel 1871 completa un bozzetto in gesso, mentre la statua sarà conclusa invece nel 1877, ma rimarrà nello studio dell’artista, in via dei Serragli al numero 99, fino al 1883, quando il 20 settembre fu finalmente inaugurata in Santa Croce.
Invece, la Statua della Libertà di New York è opera del francese Frederic Auguste Bartholdi (1834-1904) e fu inaugurata il 28 ottobre del 1886, quindi successivamente a quella di Fedi. Nel 1869 Bartholdi è in Egitto per esaminare la proposta di una statua-faro sul Canale di Suez, ma il progetto non si realizza e quindi l’artista francese rientra in Europa e combatte a fianco di Giuseppe Garibaldi nel gruppo dei "franchi tiratori", nella guerra franco-prussiana (1870-71). Nel 1871 parte per gli Stati Uniti, dove, secondo la sua biografia, realizza il modello in bronzo della Miss Liberty alto 2,87 metri che nel 1906 sarà esposto a Parigi nel Jardin du Luxembourg e nel 2009 trasferito al Jardin du Acclimatation, modello in bronzo che farà da bozzetto per l’imponente Statua della Libertà donata dalla Repubblica Francese agli Stati Uniti. A rendere tutto ancor più affascinante, il fatto che l'architetto Eugene Viollet le Duc (1814-1879), maestro di Bartholdi ed egli stesso coinvolto nella costruzione della Statua della Libertà per quanto riguarda lo scheletro in ferro, amava Firenze, città che aveva più volte visitato. Viollet Le Duc morì poco dopo l'inizio del lavori della Statua e fu sostituito da Gustave Alexander Eiffel.
Quindi Fedi e Bartholdi si incontrarono mai nella loro vita, influenzandosi reciprocamente nella loro arte, oppure la somiglianza delle loro opere è semplicemente un caso? Dato che niente al caso, è certo che nei primi anni Settanta, prima di partire per gli Stati Uniti, Bartholdi soggiornò a lungo a Firenze. Non c’è alcuna testimonianza che il francese vide Fedi ed il bozzetto della Statua della Libertà della Poesia, comunque i due, che erano entrambi massoni, sicuramente frequentarono gli stessi ambienti delle logge massoniche a Firenze.
Niente di certo quindi, ma solo affascinanti ipotesi. Non ci rimane quindi che guardare la realtà, cioè le due statue, e quindi le loro somiglianze: tutte e due spezzano una catena, quella di Fedi tiene in mano una catena spezzata, mentre quella di Bertholdi la spezza con un piede, la mano sinistra della statua in Santa Croce stringe l'alloro, simbolo della poesia (omaggio a Niccolini) mentre la mano sinistra di Miss Liberty stringe la Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d’America  (con la mano destra la famosa fiaccola), la testa della Libertà di Fedi è circondata da otto raggi, uno in più rispetto a quella di Bartholdi (sette punte, simbolo della libertà che si irradia verso i sette mari, non a caso la Statua della Libertà è posta all’ingresso del porto di New York).
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Basilica di Santa Croce, la Statua della Libertà della Poesia di Pio Fedi
(foto presa da http://keropian.com/travel/europe-2006/florence/sta-croce.htm)
New York, la Statua della Libertà
(foto presa da http://www.itctosi.va.it/scambi2006/Quinte/long_island/2.htm)

Corso - Chiese e conventi di Firenze


Vicende storiche e fasi costruttive a cura dell'Ass.ne Akropolis. Per Informazioni e iscrizioni 055 461428 oppure akropolis.cultura@libero.it

CHIESE E CONVENTI DI FIRENZE: vicende storiche e fasi costruttive
a cura dell’ass.ne Akropolis. Per informazioni e iscrizioni 055/461428 oppure akropolis.cultura@libero.it
Programma:
Giovedì 10 Maggio ore 16.30
“Origine e sviluppo delle principali strutture conventuali a Firenze: l’arrivo dei Francescani e dei Domenicani” Lezione in aula presso Sala Paradiso di Villa Bandini (Via di Ripoli 118 Firenze)

Giovedì 17 Maggio ore 16.30
“Evoluzione storica di Chiese e Conventi dal Rinascimento alle soppressioni”
Lezione in aula presso Sala Paradiso di Villa Bandini (Via di Ripoli 118 Firenze)

Giovedi’ 24 Maggio ore 16.30
“Un antico complesso conventuale delle clarisse e delle monache di Santa Maria a Montedomini”
Visita culturale (Appuntamento alle ore 16.00 in via dei Malcontenti, 6 Firenze)

Giovedì 31 Maggio ore 16.30
“L’antico Conservatorio delle Mantellate e l a sua storia”
Visita culturale (Appuntamento alle ore 16.30 in via Sangallo, Firenze)

Giovedì 7 Giugno ore 16.30
“Il Seminario Maggiore Arcivescovile di Firenze: vicende storiche e fasi costruttive”
Visita culturale (Appuntamento alle ore 16.30 in Lungarno Soderini, 19 Firenze)

lunedì 26 marzo 2012

Paolo Mazzanti: Come'hani" (1977) - da Youtube -



testo:
Si stava che quie, te t'ai' laggiùe
Bada bada bada bada, che s'ai' coi' 2
Vieni vieni... Vieni vieni... vieni 'eni vieni 'eni vieni 'eni vieni 'eni la fermata ll'è quie
Semo qui che si sta, semo qui che si sta
Come un vaso d'olive, semo qui che si sta
Come hani... Come hani... come hani come hani come hani come hani si sta
Bah... Bada quie... Eh, vu sapessi...
E quando i' tramme tira una frenata
Ti fo uno schizzo e vo su una sonata
La disse "o lei, che vòle i' giùe
Se l'ha l'ubbìe, la si tasti le sue"
Bada quie... Bada quie... bada quie bada quie mi garba i' cacio, mi garba i' cacio
Bada quie, bada quie, vaìa vaìa...
Tira qui'cchè sarà, tira qui'cchè sarà
O la 'unno vede semo fitti, bada qui come si sta
Come hani.... Come hani... come hani come hani come hani come hani si sta
Bah... Ma icchell'hae... T'ha 'na manata sai...
La disse "o lei". La ni fece "obbè?"
"L'ha 'ire in tassi la starà da sè"
Semo qui che si sta, semo qui che si sta
Come un vaso d'olive, semo qui che si sta
Come hani... Come hani... come hani come hani come hani come hani si staaaaaa...
Vaìa vaìa vaìa...

ecco anche la traduzione:
Si stava che quie, te t'ai' laggiùe
Eravamo qui, tu dovevi andare là
Bada bada bada bada, che s'ai' coi' 2
Ascolta, e se andassimo col 2? (l'autobus, linea 2)
Vieni vieni... la fermata ll'è quie
Vieni, la fermata è qui
Semo qui che si sta, Come un vaso d'olive, Come hani...
Siamo pigiati come in un vaso di olive, stiamo come cani
E quando i' tramme tira una frenata
A un certo punto l'autobus ha frenato
Ti fo uno schizzo e vo su una sonata
Ho fatto un balzo e sono andato addosso a una tipa un po' matta
La disse "o lei, che vòle i' giùe, Se l'ha l'ubbìe, la si tasti le sue"
Disse "senta lei, che vuole volare di sotto? Se lei ha ubbìe (ubbìa: idea balzana, fissazione, qui inteso come tentativo di approfittarne per tastare) si tocchi le sue" (di mele, il **** insomma)
Tira qui'cchè sarà, tira qui'cchè sarà
(Scossoni, spintoni, chi tira, chi cerca di passare, chi spinge)
O la 'unno vede semo fitti, bada qui come si sta, Come hani...
Non vede che è pieno di gente? Guarda qui come stiamo, come cani
Ma icchell'hae... T'ha 'na manata sai...
Ma insomma, cosa vuole questo? Ti tiro un ceffone sai
La disse "o lei". La ni fece "obbè?"
Disse "senta lei". Rispose "cosa c'è?"
"L'ha 'ire in tassi la starà da sè"
"La prossima volta prenda un taxi, così viaggia da sola"

Per ascoltare Paolo Mazzanti in una sua trasmissione degli anni 80 su Radio Time di Firenze: http://radiotimefirenze.altervista.org/i_protagonisti_2.html

mercoledì 21 marzo 2012

La facciata e le pietre di Palazzo Medici-Riccardi


Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Palazzo Medici-Riccardi fu la prima prestigiosa residenza fiorentina della famiglia de’Medici. Fu, infatti,  commissionata da Cosimo il Vecchio, quando la famiglia, trasferitasi dall’originario Mugello ed acquisito una certa autorevolezza in città ritenne opportuno di disporre di una dimora all’”altezza” del proprio rango.
Nel 1444 Comiso il Vecchio, patriarca della famiglia, incaricò Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi, detto Michelozzo, della costruzione del palazzo. Inizialmente, però, Cosimo aveva commissionato l’opera a Brunelleschi, in quel periodo il più importante architetto sulla piazza, ma, successivamente, dinanzi alla magnificenza e sontuosità del progetto, come scrive il Vasari, Cosimo, per non urtare la sensibilità e le invidie dei propri concittadini (dieci anni prima era stato condannato dai suoi nemici di tirannia e costretto all’esilio, temporaneo, in Veneto), optò per il progetto di Michelozzo, architetto più discreto. Il risultato fu comunque di grande livello. Oggi, difatti, il palazzo è ritenuto uno dei più alti esempi di architettura civile del Rinascimento. Costruito nel “quartiere mediceo”, cioè in un luogo strategico, all'incrocio fra la Via Larga (l'attuale via Cavour) e via de' Gori, vicinissimo alle chiese protette dalla famiglia (San Lorenzo e San Marco) ed al Duomo, il palazzo ha una struttura  cubica, sviluppata intorno ad un cortile centrale quadrato, e con un aspetto esterno imponente, ma allo stesso tempo sobrio ed austero. E proprio la facciata è un esempio di sobrietà ed eleganza, con il carattere eccezionale dell'uso del bugnato (l’antica tecnica di utilizzare blocchi di pietra sovrapposti a file sfalsate), solitamente, nel Medioevo, impiegato per i palazzi pubblici. La facciata è divisa in tre piani, separati da cornici con sporgenze crescente verso i piani superiori;  al contrario il bugnato è graduato in modo da essere molto sporgente al piano terra, e sempre più appiattito mentre si sale verso i piani superiori. Una curiosità: un gran numero di pietre in bugnato, al piano terreno, è contrassegnato da un piccolo cerchio. Si tratta di segni apposti direttamente dall'architetto Michelozzo, presso la cava d’Oltrarno dalla quale erano estratte, per indicare la loro idoneità ad essere impiegate nella costruzione del palazzo
Altro accorgimento armonico per la facciata quello applicato alle finestre che sono leggermente differenziate tra piano e piano, con cornici più larghe in alto in modo da bilanciare la minore altezza del piano e dare maggior risalto al piano nobile. All'ultimo piano in origine esisteva una loggia (oggi murata) ed al posto del cornicione vi era una merlatura a connotare il carattere, comunque militare e difensivo del palazzo.
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Via Cavour, Palazzo Medici-Riccardi
Palazzo Medici-Riccardi, le pietre con i cerchi

Sabato 24 marzo - Concerto di Beneficenza con Riccardo Marasco

Concerto di Beneficenza con Riccardo Marasco
Sabato 24 marzo ore 21,15
Il concerto è organizzato per raccogliere fondi per sostenere la Parrocchia di S. Lucia a Settimello.


Il costo del biglietto è a offerta con base minima di euro 20,00. I biglietti si trovano presso il Circolo M.C.L. di Settimello OPPURE si possono prenotare contattandoci al 380 3625677

lunedì 19 marzo 2012

L’ultimo Granduca

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La sera del 27 aprile 1859, Leopoldo II Asburgo Lorena (1797-1870), ultimo granduca a regnare in Toscana, accompagnato dalla sua famiglia, abbandonava Firenze, ormai prossima di lì ad un anno insieme a tutto il Granducato ad essere annessa al futuro Regno di Sardegna. Leopoldo II non sarebbe più tornato a Firenze.
Leopoldo II, chiamato affettuosamente dal popolo di Toscana, “Canapone”, per via dei suoi capelli biondo stoppa, era figlio di Ferdinando III e Maria Luisa di Borbone, e salì sul trono del Granducato nel 1824, alla morte del padre. Si sposò due volte, prima con Maria Anna Carolina di Sassonia, dalla quale ebbe tre figlie: Carolina Augusta (1822-1841), Augusta Ferdinanda (1822-1864) e Maria Massimiliana (1827-1834), poi, rimasto vedovo nel 1832, prese in sposa, nel 1833, Maria Antonietta di Borbone che gli diede ben dieci figli: Maria isabella (1834-1901), Ferdinando (1835-1908), destinato a succedere al padre come Ferdinando IV, Maria Teresa (1836-1838), Maria Cristina (1838-1849), Carlo Salvatore (1839-1892), Maria Anna (1840-1841), Ranieri (1842-1844), Maria Luisa (1845-1917), Luigi Salavatore (1847-1915) e infine Giovanni Salvatore (1852-?).
La sua partenza in quel tardo pomeriggio di aprile non gli fu imposta da una particolare e instabile situazione politica che si respirava nel Granducato; anzi, Leopoldo II godeva di un buon consenso. Infatti, la Toscana di quel periodo era ben amministrata, i conti pubblici gestiti oculatamente e le tasse non esose. Il Granduca si era dedicato a dare al territorio nuove e moderne infrastrutture (strade, ponti e ferrovie, avori idraulici) e promuovendo bonifiche di estese zone della Maremma livornese e grossetana. Invece, Leopoldo II incontrò difficoltà nelle questioni di politica estera, in particolare per le vicende della penisola italica. Il Granduca era fermamente convinto che la Toscana avrebbe tratto giovamento se fosse rimasta neutrale nel conflitto tra Piemonte e Austria e per questo respinse più volte le offerte di alleanza sia dei “parenti” austriaci che dei Savoia. Ma nella primavera del 1859 scoppia la guerra tra l’Impero Austro-Ungarico ed il Piemonte, con ripercussioni politiche e sociali anche a Firenze, dove si consuma la “rivoluzione del 27 aprile del 1859” (oggi la via che congiunge piazza Indipendenza con piazza San Marco, via XVII aprile, prende nome da questo giorno-evento). In pratica fu una pacifica manifestazione di interventisti che si svolse a Firenze il 26 e 27 aprile, richieste di schierarsi a fianco del Piemonte furono avanzate al Granduca anche da molti nobili liberali toscani. Leopoldo II visto che ampi settori della società del Granducato spingevano per una scelta liberale, si convinse che ben poco avrebbe potuto fare per mantenere, pacificamente, ancora a lungo la neutralità della Toscana, quindi decise di mettersi da parte, scegliendo l’esilio.
Il corteo granducale lascio Firenze il 27 aprile, alle sette di sera, su tre carrozze, oltre al granduca, alla moglie e ai 6 figli superstiti (7 erano morti), e la nipote di un anno Maria Antonietta, figlia del principe ereditario Ferdinando, rimasto da tre mesi vedovo della moglie Anna di Sassonia, e Maria Ferdinando Amalia di Sassonia, vedova del precedente Granduca Ferdinando III. Le carrozze era scortate due giovani e fedeli aristocratici toscani, il marchese Nerli e il barone Silvatici. Il corte attraverso il confine (passo della Futa all’alba del giorno seguente e giunsero nel tardo pomeriggio a Bologna, dove sostarono alcuni giorni. All’inizio di maggio 1859 i Lorena, arrivarono in Austria, Leopoldo da lì a poco si stabilì nella sua proprietà di Schlackenwerth, in Boemia, a vivere gli ultimi anni.
Eppure da quel suo ritiro non smise mai di pensare alla sua Toscana ed alla Maremma. La famiglia dei Lorena continuò difatti a parlare italiano ed in particolare il fiorentino anche in esilio.
Leopoldo II ritornò solo un’altra volta in Italia, ormai unificata. Nel novembre del 1869. Sbarcò a Civitavecchia, via Francia, e si recò a Roma per l’apertura del concilio ecumenico, rivide il Papa Pio IX, la figlia Maria Isabella e molti toscani che giunsero a Roma per rendergli un affettuoso saluto. Forse troppe emozioni, tanto che tra il 28 e 29 gennaio 1870, proprio a Roma, Leopoldo morì e lo stesso Papa impartì la benedizione al feretro. La salma fu sepolta nella chiesa dei S.S. Apostoli a Roma per poi essere traslata nel 1914 a Vienna.
L’amore di Leopoldo per la sua Toscana e la sua adorata Maremma fu ricordato in alcuni commoventi passaggi nel suo ultimo testamento: “[…]Se la divina Provvidenza riconduca la famiglia nostra alla cara patria,all'amata Toscana,e a mio figlio Ferdinando ne sia affidato il governo,io ti raccomando Toscana,la fortuna Sua sia la tua gloria,l'amore di Lei il premio alle tue cure. Circondati dei fratelli che sono i veri amici. Raccomando figlio mio le imprese paterne che conosci. La Maremma la prima inferma,bisognosa di assistenza,bella e ricca di speranze. Se torni in quelle contrade poni sulla via detta di Badiola, presso Grosseto una pietra ed una croce sola,e siavi scritto: Pregate per Leopoldo Secondo Granduca di Toscana” […] (16 luglio 1867). Oltre un secolo dopo questa pietra con sopra impressa una sola croce fu innalzata a ricordo del Granduca. E’ posta sulla strada che collega Grosseto a Castiglione della Pescaia, proprio in località Badiola, all’inizio di un viale alberato che conduce, oggi ad un esclusivo resort, una volta alla villa-fattoria dove Canapone era solito dimorare durante le sue battute di caccia.Con Ferdinando IV rimasero per tutta la vita i due nobili fiorentini, Nerli fu sepolto a Salisburgo, Silvatici, invece, anziano, chiese congedo negli ultimi anni della sua vita per tornare a morire, poverissimo, a Firenze ai primi del Novecento.
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La Badiola (GR): il monumento a ricordo di Leopoldo II

martedì 13 marzo 2012

Modi di dire: San Giovanni non vuole inganni

Testo di Roberto Di Ferdinando

Il proverbio popolare “San Giovanni non vuole inganni!” è comune a più regioni italiane, sebbene abbia significati diversi da zona a zona (ad esempio, in Sicilia è usato in riferimento al legame tra compari e comari, in Emilia-Romagna, invece, alle relazioni sentimentali tra giovani) ed attinge alla tradizione religiosa. In Toscana, ed in particolare a Firenze, tale modo di dire, invece, trae origine dalla storia di Firenze,  dall’antica attenzione della città agli affari, alle attività di banco ed ai commerci. Infatti, nella Firenze medievale la moneta in uso era il fiorino d’oro, così chiamato perché da un lato portava impresso il giglio di Firenze, mentre dall’alto era stampata l’immagine di San Giovanni Battista, già allora patrono della città. Il simbolo del santo era posto a garanzia del peso e dell’autenticità dell’oro. Quindi, l’espressione “San Giovanni non vuole inganni!”, voleva significare che l’apposizione dell’immagine era garanzia di autenticità ed avvertiva che qualunque falsificazione della moneta era un grave atto immorale oltre che un reato. Nei secoli quest’espressione si è estesa nei suoi significati, fino ad indicare e denunciare qualsiasi inganno, torto e ingiustizia.
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giovedì 8 marzo 2012

Le strade di Firenze ancora troppo "maschili"

Testo di Roberto Di Ferdinando

L’inserto fiorentino del Corriere della Sera di ieri conteneva un articolo, a firma di Edoardo Semmola, in cui si riporta un dato non molto lusinghiero per la nostra città. Infatti, su 2.324 toponimi, solo 63 appartengono alle donne, il 64° sarà dedicato a Oriana Fallaci dopo che il Consiglio Comunale ha votato a maggioranza la settimana scorsa di intitolarle una via. Di questi 63, 34 sono dedicate a sante, 9 alla Madonna, 3 a suore e 2 a beate. Le ultime donne, prima della Fallaci, a cui furono intitolate delle vie sono state la partigiana Anna Maria Enriques Agnoletti e Matilde di Canossa; ad una sola, Elenora Duse, è stato, invece, dedicato un viale. Tra le donne famose Lungarno Maria Luisa de’Medici (l’Elettrice Palatina), ma molte, tra le altre, le mancanze, come indica Eugenio Giani, presidente del Consiglio Comunale: “Sibilla Aleramo e Anna Kuliscioff, processata a Firenze nel 1878 per aver cospirato con gli anarchici, Eleonora di Toledo e Bianca Bianchi, l’unica donna vicesindaco che ha avuto Firenze”.
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MACCHIAIOLI UNA COLLEZIONE RITROVATA

Giovedì 8 marzo p.v., presso la nuova sede espositiva della Galleria Pananti casa d'Aste, denominata: 
Galleria Pananti, Archivi del Novecento
viale del Poggio Imperiale, 32 a Firenze
alle ore 17,00 avrà luogo l'inaugurazione della mostra:

MACCHIAIOLI UNA COLLEZIONE RITROVATA

La mostra presenta una prestigiosa collezione, composta da opere importanti, storicamente note e gelosamente custodite dei protagonisti del movimento macchiaiolo, in buona parte provenienti da raccolte storiche.
Costituita agli inizi del XX secolo, conservata pressoché intatta nel nucleo principale e senza aver subìto interventi pesanti di restauro e pulitura, permette di ripercorrere, per capisaldi, le vicende della pittura “toscana” del rinnovamento.
Uno dei vertici della raccolta è costituito da otto dipinti di Giovanni Fattori; un altro significativo nucleo è rappresentato da sette opere di Telemaco Signorini; sono ben rappresentati Silvestro Lega, Vincenzo Cabianca ed ancora, Giuseppe Abbati, Odoardo Borrani, Raffaello Sernesi, Vito d'Ancona e Serafino De Tivoli.
Due suggestivi studi di Stefano Bruzzi e alcune superbe tavolette di Eugenio Cecconi, concludono il percorso di ambito “toscano”. Giuseppe De Nittis è qui documentato da una delle sue varie redazioni di nota veduta napoletana. 
L'importante rassegna è curata da Andrea Baboni, storico e profondo conoscitore della pittura italiana dell'Ottocento, già responsabile di Christie's Italia per l'arte del XIX secolo, è tra i maggiori esperti del nostro paese di Giovanni Fattori, di cui sta curando il catalogo ragionato dei dipinti, per conto del Museo Giovanni Fattori di Livorno e degli eredi Malesci.  
Esposizione:
dal 9 marzo al 15 aprile, orario (lunedì-venerdì, festivi esclusi) 10-13 e 14.30-19 - INGRESSO LIBERO
Galleria Pananti, Archivi del Novecento
viale del Poggio Imperiale 32 – Firenze 50125 

mercoledì 7 marzo 2012

La curiosa facciata di Palazzo Zuccari

Articolo Pubblicato su Firenze Informa di Febbraio 2012
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Sarà perché la strada dove si trova, Via Giusti, è poco transitata o stretta e quindi non può darle il giusto risalto, ma appare strano che non ci si accorga subito, se non ci si sbatte proprio davanti con gli occhi, quanto sia particolare ed unica la facciata del Palazzo Zuccari, al numero civico 45.
Federico Zuccari (1540/43-1609) il pittore fiorentino che completò gli affreschi della cupola del Duomo succedendo al Vasari, nel 1577 decise di cambiare casa, preferendone una più grande che potesse funzionare sia da dimora che da bottega. Fino ad allora aveva abitato nella casa all’angolo delle attuali Via Giusti e Via Gino Capponi, la stessa che fu di Andrea del Sarto (oggi una lapide ricorda il soggiorno del pittore “senza errori”), e così decise di trasferirsi di pochi metri, in un palazzo che fece costruire lui stesso secondo il suo particolare gusto, una sorta di “pasticcio” d’arte. Infatti, la facciata si compone di vari elementi decorativi disposti in modo scenografico, potremmo dire in un’armonia disarmonica: pietre irregolari e di qualità e rifiniture diverse, mattoni rossi, bassorilievi che rappresentano gli strumenti delle tre Arti maggiori (pittura, scultura e architettura), oggi sostituite da copie, grate artistiche (recano lo stemma del Casato Zuccari, il celebre pan di zucchero gigliato di sette gigli francesi e nella grata della finestra centrale venne inserita la stella cometa, altra simbologia araldica propria della famiglia Zuccari), due nicchie, una via di panca ed uno spazio intonacato grigio che avrebbe dovuto ospitare un affresco dello Zuccari, ma che l’artista non realizzò mai. Infatti Zuccari, terminati i lavori al Duomo nel 1579 lasciò Firenze per Roma, dove ovviamente non poté, ancora, non dar vita ad un’altra facciata non “classica”. Infatti, in Piazza di Spagna è possibile notare un palazzo con la facciata che ha le cornici delle finestre che rappresentano delle bocche spalancate. A Roma Zuccari lavorò anche a Palazzo Giustiniani, attualmente di proprietà del Senato, affrescandone la galleria, oggi per l’appunto chiamata sala Zuccari e recentemente citata nelle cronache nazionali in quanto qui si sono svolte le consultazioni per la formazione del governo Monti.
Tornando al palazzo di Via Giusti, anche la sua struttura è curiosa: alto, ma stretto e completamente diverso e fuori scala rispetto alle abitazioni vicine. Questa particolare architettura fu anche il risultato di più interventi che si susseguirono negli anni da parte dei vari proprietari, tutti artisti (Giovan Battista Paggi, Carlo Dolci e Baldassarre Franceschini detto il Volterrano, l’autore degli affreschi delle sale di Palazzo Pitti).
Dal 1987 il palazzo e la casa Zuccari (che oggi comprende anche la casa di Andrea del Sarto) appartengono all'Associazione degli Amici del Kunsthistorisches Institut, grazie alla donazione della Deutsche Bank, che ha finanziato vari restauri. Il Kunsthistorisches Institut è una delle più autorevoli istituzioni straniere di studi sull’arte a Firenze. La sua biblioteca dispone di circa 300.000 titoli, oltre 1.000 riviste ed un immenso archivio fotografico sull’arte italiana.
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Via Giusti, la facciata di Palazzo Zuccari
Palazzo Zuccari, particolari della facciata

Piazza San Pier Maggiore, la chiesa che fu

Articolo Pubblicato su Firenze Informa di febbraio 2012
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

In Piazza San Pier Maggiore, zona Piazza Salvemini e Borgo degli Albizi, è possibile notare un arco, a tre fori, i due laterali sono murati, per quello centrale, invece si accede a Via di San Pier Maggiore. Ma in verità questo non è un arco classico, tantomeno di trionfo, bensì il portale seicentesco dell’antica chiesa, per l’appunto, di San Pier Maggiore. La chiesa fu abbattuta nel 1784 ed il portale, nei suoi archi laterali, fu occupato da esercizi commerciali e nella parte superiore da abitazioni private, come difatti lo vediamo oggi. L’impianto originario della chiesa era di epoca carolingia e da sempre qui il monastero annesso era stato femminile. I vescovi di Firenze avevano come consuetudine, nel fare i loro ingressi in città, di transitare da Borgo degli Albizi, ma la notte antecedente questa loro solenne entrata essi sostavano a dormire nel monastero di San Piero Maggiore dove la Badessa (in passato la vicina via dei Pandolfini si chiamava via della Badessa, come è possibile notare ancora oggi da un’antica targa posta all’angolo con via Palmieri), in rappresentanza della chiesa fiorentina, donava all’ alto prelato l’anello piscatorio e per questo era scherzosamente denominata la “moglie del vescovo”.
Si narra anche che un giorno del 1633 Caterina Canacci uscendo da questa chiesa, sul sagrato fu fermata dalla duchessa Veronica Cybo Malaspina moglie del suo amante, e la minacciò affinché desse fine alla relazione con suo marito, Jacopo Salviati. Caterina non si scompose e forte del suo amore tirò dritto per la sua strada, ma determinando così la sua tragica fine.
Il 2 settembre 1783, durante i lavori di consolidamento un pilastro della chiesa crollò, portandosi dietro quasi tutto l’edificio. Pietro Leopoldo di Lorena, non molto pio ed in contrasto con la chiesa, colse l’occasione per abbattere definitivamente la chiesa (fu restaurato solo il porticato, opera di Matteo Nigetti -1560-1648) e creare nuove strade determinando l’attuale sistemazione urbana.
In passato da via Palmieri e fino alla piazza, all’angolo con Borgo degli Albizi, si svolgeva un importante mercato all’aperto, oggi a ricordo di questo rimangono due piccole insegne dalla dicitura: ”confine di mercato” sotto le due targhe stradali.
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Piazza San Pier Maggiore, il portico dell'omonima chiesa, oggi scomparsa


venerdì 2 marzo 2012

La Porta delle Suppliche

Articolo Pubblicato su Firenze Informa di Febbraio 2012
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Dal piazzale degli Uffizi se ci dirigiamo verso via Lambertesca, passiamo sotto un arco e qui, al numero civico 2, sulla destra vi è un portale che si chiama “Porta delle Suppliche”. Questa prebarocca porta fu progetta da Bernardo Buontalenti (1536-1608), intorno al 1580, ed ha una particolare curiosità, infatti si veda che il timpano sopra il portone è spezzato e le due metà, diversamente dal solito, sono invertire, dando così alla struttura un certo dinamismo. Al centro di questo timpano "ad ali” il busto che rappresenta Francesco I de’Medici, opera di Giovanni Bandini detto anche Giovanni dell'Opera (Firenze, 1540 – 1599). La porta prende i nome “delle Suppliche” in quanto si nota ancora oggi, sulla destra del portale, una buca, oggi murata, con la scritta: “PER LE SUPPLICHE”. Qui i fiorentini nei secoli passati imbucavano le loro richieste, di natura varia, al Granduca. Oggi da questa porta, invece, si accede agli uffici della Soprintendenza speciale di Firenze.
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