giovedì 30 giugno 2011

Gli strumenti astronomici a Firenze

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La Cattedrale di Santa Maria del Fiore, per le sue particolari dimensioni, nei secoli è stata il luogo prescelto dagli astronomi per dimostrare il fondamento delle proprie teorie. Ed oggi, dopo molto tempo, le testimonianze di questi esperimenti sono ancora visibili. Anzi sono i protagonisti degli appuntamenti sempre seguiti dagli appassionati fiorentini. In particolare, intorno al solstizio d’estate (21 giugno), quando, per circa quattro volte, all’interno della Cattedrale, nella Cappella della Croce, è possibile osservare l’apparizione improvvisa di un cerchio di luce che lentamente si sposta lungo il pavimento fino a coincidere con una pietra circolare, posta lì nel 1475 da Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482). Toscanelli, infatti, già collaboratore di Brunelleschi nella costruzione della Cupola, installò, sotto le finestre della lanterna, una lastra di bronzo, con un’apertura conica di circa 5 cm. Il raggio di sole, attraversando questa apertura, toccava il pavimento della Cappella della Croce nel punto dove fu posta, ed ancora oggi è visibile, una lastra tonda di marmo, indicando, così, precisamente, il giorno del solstizio d’estate. Nel 1510, intorno alla lastra di Toscanelli, fu aggiunta un’altra, più ampia, anch’essa ancora presente, tale da  far coincidere perfettamente il raggio di sole proiettato per terra.
Successivamente, nel 1754, Leonardo Ximenes (1716-1786), utilizzò il foro di Toscanelli per calcolare le variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre in rapporto al piano dell’eclittica. La proposta di Ximenes di utilizzare la cattedrale per eseguire il proprio esperimento fu ben accolta dalle autorità religiose fiorentine, da sempre, difatti, interessate alle meridiane, strumenti adatti a calcolare con esattezza la data della Pasqua. Così Ximenes, nel 1755, sempre nella cappella della Croce, inserì nel pavimento una linea meridiana in marmo che incrociava i due dischi di marmo già presenti. La graduazione della linea permetteva (e permette ancora) di leggere direttamente l’angolo di inclinazione dell’asse terreste. Così, Ximenes individuò una variazione dell’inclinazione di poco superiore a trenta secondi per secolo; oggi gli astronomi la stimano a 47 secondi. Con l’esperimento di Ximenes la Cattedrale si dotò della meridiana, ancor oggi, più alta del mondo con i suoi 90,11 metri di altezza.
Ma in Piazza di Santa Maria del Fiore, un altro e precedente edificio sacro, il Battistero, ospita, ancora oggi visibili, altri strumenti di misurazione del tempo e del cielo. Infatti, entrando nel Battistero possiamo osservare che il pavimento è ornato con un cerchio zodiacale. Al centro un sole circondato da uno scritto palindromo (frase leggibile in entrambi i sensi) in latino: “EN GIRO TORTE SOL CICLOS ET ROTOR IGNE” (io sole col fuoco faccio girare tortamente i cerchi e giro anch’io). Questo sole e la scritta ricordano un orologio solare in funzione prima dell’anno Mille. Infatti, in passato, la cupola era al suo centro aperta da un foro che permetteva ad un raggio di sole di penetrare all’interno dell’edificio ed illuminare il segno zodiaco sul pavimento, secondo il periodo dell’anno. Nel XIII secolo il pavimento fu sostituito, senza tener conto della posizione originaria. Mal di poco, infatti, l’orologio ormai da alcuni secoli era inutile, poiché la meridiana zodiacale non era stata aggiornata tenendo conto della processione degli equinozi, cioè il lento movimento della terra che fa cambiare in modo lento ma continuo l'orientamento del suo asse di rotazione. Il foro fu così chiuso dall’attuale lanterna.
Spostandoci e giungendo in piazza Santa Maria Novella, qui, già subito sulla facciata dell’omonima Basilica, è possibile ammirare altri due strumenti astronomici. Disegnati e fatti, qui, apporre dal frate domenicano Ignazio Danti da Perugia (1555-1586), astronomo e cartografo granducale, famoso per aver scoperto, proprio con questi strumenti, la discordanza tra l’anno solare ed il calendario giuliano. Gli strumenti sono, a destra dell’ingresso, uno gnomone (la parte dell’orologio solare costituita da un’asta la cui ombra si proietta su una superficie piana) di marmo, e a sinistra una sfera armillare in bronzo (o astrolabio è una rappresentazione della sfera celeste che mostra il movimento delle stelle intorno alla terra od al sole). Nonostante la ricerca della verità scientifica da parte dei domenicani, proprio dal pulpito centrale di Santa Maria Novella, curiosamente, fu mosso il primo attacco contro le innovative, ma veritiere, teorie di Galileo.

Facciata di Santa Maria Novella, lo gnomone
Facciata di Santa Maria Novella, l'astrolabio

Oggi la tradizione scientifica di Firenze è ricordata in maniera prestigiosa dalla meridiana posta, nel 2008, dinanzi all’ingresso del Museo della Scienza, in Piazza dei Giudici, quasi  a voler ricordare l’attenzione e l’interesse della città allo studio del cielo e del tempo. La moderna meridiana infatti indica i segni dello zodiaco che, riproposti in vetro sono disposti sul suolo, lungo graduazioni di rame che si estendono su 15 metri, dal parapetto dell’Arno, qui è anche indicato il solstizio d’estate, fino all’ingresso del museo, dove invece è segnato il solstizio d’inverno. Lo strumento assicura anche la visualizzazione dell’ora su delle linee di rame al suolo. Alla sua base è riportata la rosa dei venti. A completare il tutto una ulteriore meridiana, posta a metà e  costituita dalla coda di una lucertola: essa indica, quando illuminata, l’attimo in cui il sole giunge al suo apice.
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Piazza dei Giudici, la meridiana

venerdì 24 giugno 2011

Nuove scoperte della Firenze Romana

Articolo Pubblicato su Firenze Informa nel 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Non è mai stato scoperto, ma recenti indagini archeologiche fanno credere che la Firenze romana ebbe un proprio e grande ippodromo. Come scritto, nessun resto della struttura è stato ancora oggi, se mai lo sarà, rinvenuto, ma la conformazione urbanistica di alcune strade del centro fiorentino, brevi passaggi in testi medievali ed il rinvenimento di statue d’epoca romana fanno, fortemente, presumere che Fiorenza ebbe, nel III° secolo D.C., tale circo.
Nel quartiere di Santa Maria Novella, alla Croce del Trebbio (tra Via delle Belle Donne e Via del Moro), i palazzi seguono una curvatura, inspiegabile se non dal fatto, forse, che così poggiano le loro fondamenta su una struttura, non lineare, preesistente (il nostro ippodromo?); ad esempio, come i palazzi in via Torta, quartiere di Santa Croce, anch’essi con un profilo curvo in quanto, qui accertato dai resti rinvenuti, costruiti sull’antico Anfiteatro romano. Alla Croce del Trebbio, invece, di resti e delle gradinate del Circo massimo nessuna traccia, anche perché, nei secoli successivi, una volta finito il fasto della città romana, le pietre degli antichi ruderi furono saccheggiate ed impiegate come materiale per costruire nuovi edifici. Eppure, qui, qualcosa di curvilineo, doveva pur esserci, infatti, la prima cerchia comunale delle mura cittadine, all’altezza dell’attuale Via del Moro, invece di proseguire in maniera rettilinea verso l’Arno, qui, compiva una deviazione, una curva; cosa impediva il suo proseguimento lineare? Forse i resti dell’ippodromo. Non è da scartare questa ipotesi, non a caso i Medici scelsero la vicina Piazza di Santa Maria Novella come spazio per disputare il palio dei cocchi, una sorta di rievocazione delle antiche corse romane con le bighe, in cui gli aurighi indossavano i colori dei quartieri cittadini. Ed ancora, nella stessa Via delle Belle Donne (in passato Via Trevigi), furono murate, come abbellimento, sulle facciate di alcuni palazzi delle teste di statue romane, coma la famosa “Berta” ancora oggi visibile sulla parete esterna di sinistra della chiesa di Santa Maria Maggiore, che provenivano, forse, proprio dalle rovine del vecchio ippodromo.
Via delle Belle Donne ed il profilo curvilineo dei palazzi (sorgono su un antico ippodromo romano?)

Un’altra misteriosa, ma non tanto, testimonianza della Firenze romana è la statua di Marte; in verità il monumento equestre raffigurava Diocleziano (per alcuni l’imperatore Teodorico), che scelse Firenze come sede del governatorato della Toscana e dell’Umbria e pertanto gli fu dedicata la statua, posta vicino alla porta sud della città (via Gondi e via Calimaruzza) il cui basamento fu ritrovato nel 1873 ed oggi è conservato al Museo Archeologico.
Successivamente la statua fu trasferita proprio sulla riva destra dell’Arno, e, soggetta alle violenze delle acque del fiume, per molti anni fu dimenticata, fin quando, riconosciuta come un omaggio al dio Marte, protettore della città, fu ricollocata nei pressi dell’attuale chiesa di Santa Felicita, sulla riva sinistra, quindi non più in una sede centrale, in quanto raffigurante pur sempre una divinità pagana. Ma il destino del monumento fu ancora legato all’Arno. Difatti, fu trascinato via dall’alluvione del 1177, assieme al Ponte Vecchio, ripescato, fu collocato, su una colonna, presso l’attuale Piazza del Pesce, nonostante il disappunto del clero cittadino, Ma a liberare definitivamente il clero dall’ingombrante statua pagana, ci pensò ancora una volta l’Arno, con l’alluvione del 1333 che inghiottì per sempre la “pietra scema che guarda il ponte”, come Dante la descrive nella Divina Commedia, “scema” perché ormai , dopo tante ingiurie, mutilata e molto sciupata.
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giovedì 16 giugno 2011

Antichi imbrattatori

Articolo Pubblicato su Firenze Informa nel 2010
testo e foto di Roberto Di Ferdinando

L’usanza, disgustosa, di imbrattare edifici e monumenti, non è moderna, ma anche in passato, perfino nella lontana antichità, le autorità locali dovevano confrontarsi con questo problema, ma rispetto allora sono cambiate, per fortuna, le sanzioni per i responsabili di questi gesti.
Ad esempio, la chiesa di Santa Maria de’ Ricci detta anche “Madonna de’ Ricci, fu edificata su una già presente chiesa, del XII secolo, da parte della famiglia Ricci, nel 1508, a monito di un atto sacrilego compiuto dal nobile Antonio Rinaldeschi. Il 21 luglio 1501 Antonio di Giovanni Rinaldeschi, che aveva perso un’ingente somma di denaro giocando a dadi presso la locanda del Fico (nel chiasso degli Agolanti, l'attuale vicolo del Giglio), ubriaco, passò dinanzi al tabernacolo raffigurante l’Annunciazione, posto sul canto de’Ricci, proprio di fronte all’attuale chiesa. Volendo manifestare la sua collera contro il destino avverso, Antonio, bestemmiando, raccolse dello sterco di cavallo da terra e lo lancio contro l’immagine della Madonna, imbrattandola. Notato da alcuni passanti fu denunciato e condotto al Bargello per un sommario processo che lo vide condannato immediatamente a morte, tramite impiccagione fuori dalle finestre della prigione, così, come si usava allora, facendo da monito per tutti.


La Chiesa di Santa Maria de’ Ricci

L’Annunciazione vittima del sacrilegio si trova oggi nel coro della chiesa di Santa Maria de’ Ricci, mentre, nell’ultima cappella della parete di sinistra della chiesa, è esposta una copia di una tavola del Seicento (l’originale è custodito presso il Museo Stibbert), suddivisa in quattro caselle, che, come in una vignetta, ricostruisce questi avvenimenti. Sotto questa riproduzione, in una teca di cristallo è adagiato un Crocifisso con gli arti spezzati e depositati sul corpo del Cristo, esempio questo di un altro atto vandalico. Il Crocifisso, infatti, si trovava appeso su una delle pareti della piccola e vicina Piazza del Giglio, dono, negli anni Settanta, di un artista contemporaneo veneto ad una delle gallerie d’arte della zona. Nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1978 un vandalo, con una spranga di ferro mozzò le braccia e  le gambe dell’opera. Il volto del Cristo assunse davanti alla macchina fotografica, qualche ora dopo lo scempio, un’espressione orribile e spaventosa. Quell’immagine è custodita a fianco della teca. Il vandalo non fu scoperto.

Nella cappella il quadro che ricorda l'evento dell'imbrattatura dell'immagine della Madonna. Sotto la teca con il Cristo danneggiato
Destino diverso ebbe, invece, il responsabile di un altro atto di sacrilegio. Infatti, sul lato sud della Chiesa di Orsanmichele vi è il Tabernacolo dell’Arte dei Medici e degli Speziali, nella nicchia si trova il quattrocento gruppo in marmo con la Madonna della Rosa, attribuito a Piero di Giovanni Tedesco; sotto, una scritta latina che ricorda che, nel 1493, una persona sfregiò la statua con un ferro, sorpreso nel delitto da alcuni passanti fu fermata e linciata a morte.
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Orsanmichele, la Madonna della Rosa
Orsanmichele, la scritta in latino che ricorda l'oltraggio alla Madonna della Rosa

domenica 5 giugno 2011

Il Marchese Luigi Ridolfi

Articolo Pubblicato sulla rivista Microstoria nel 2004
Testo di Roberto Di Ferdinando

Luigi Ridolfi Vaj da Verrazzano, marchese di Montescudaio (1) , nasce al Galluzzo (Firenze) nel 1895 da Giovanni Battista dei Ridolfi di Piazza, una delle più antiche famiglie nobili fiorentine, imparentata con Lorenzo Il Magnifico, e da Maria Luisa dei principi Ginori Conti.
La formazione umana, culturale e politica del giovane Luigi Ridolfi è influenzata da due esperienze: la frequentazione degli ambienti intellettuali nella Firenze d’inizio Novecento e la partecipazione al primo conflitto mondiale.
Nei caffè letterari fiorentini Luigi entra infatti in contatto con molti artisti e letterati (Soffici, Papini, Boccioni, Severini, Balla e Carrà) e l’incontro con le avanguardie futuriste fa nascere in lui la passione per l’azione, la velocità, lo sport, che lo accompagnerà per tutta la vita.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, gli oltre due anni di vita in trincea sul Carso, l’eroica condotta nei combattimenti e la solidarietà nata tra commilitoni invece segnano le sue scelte politiche.
Nel dopoguerra l’ostilità sorta in Italia contro i reduci e la diffusa tensione sociale difatti provocano in lui  una grande delusione, tale da spingerlo nel 1921 ad aderire al Fascio di Combattimento di Firenze, nella corrente aristocratica-liberale, contrapposta a quella più popolare ed estremista di Tullio Tamburini e Ottone Rosai. Nel 1926 il regime, per ridurre il potere delle fazioni locali più estremiste, decide di nominare il moderato Ridolfi, Federale di Firenze.
Nonostante l’alta considerazione che Roma nutre per Ridolfi, quest’ultimo, credendo nell’azione positiva del fascismo, non si sottrae, fin dal 1929, di attaccare personalmente il duce per essersi circondato di <<arrivisti (…) e ladri>>. Il suo malcontento più volte lo tenta a dimettersi dalla propria carica, ma sempre si convince che la propria posizione politica, alla fine, possa risultare utile per Firenze. Non si sbagliava. Da quel momento difatti Ridolfi si adopera continuamente per realizzare nuovi ed efficienti impianti, fondamentali per lo sviluppo culturale e sportivo della città. Per esempio la necessità di dotare Firenze di uno spazio adeguato per ospitare un orchestra stabile e manifestazioni operistiche di rilievo internazionale, spinge Ridolfi a far acquistare dal Comune un vecchio teatro, ridotto a magazzino, nell’allora via Vittorio, ed ampliarlo con fondi personali. Nel 1933, inaugurato con la prima rassegna del Maggio Musicale Fiorentino, nasce così il Teatro Comunale, di cui il marchese è presidente fino al 1936.
Contemporaneamente l’attenzione del regime per lo sport, quale ottimo strumento propagandistico, è sfruttata dal marchese per far sorgere a Firenze squadre ed impianti di prestigio.
Abbiamo già accennato alla passione di Ridolfi per lo sport sorta precocemente, quando giovanissimo assiste alle gare del Club Sportivo presso il velodromo delle Cascine. E proprio dal Club Sportivo fa il suo ingresso nell’ambiente sportivo, diventandone prima, nel 1923, direttore tecnico della sezione atletica, portando alle Olimpiadi di Parigi il primo fiorentino, Puccio Pucci, e poi, nel 1927, presidente. Ma Ridolfi ambisce a creare una società di atletica e per questo fonde la sezione atletica del Club Sportivo e quella dell’US Fiorentina ‘Sempre Avanti’ per far nascere la Giglio Rosso. La neonata società eredita dall’Arno Società Sportiva Italiana (ASSI) l’impianto del Piazzale Michelangelo che nel 1930 è ampliato da Ridolfi, su progetto dell’ingegnere Nervi, diventando il centro di eccellenza per l’atletica. I nuovi concetti di programmazione tecnica ed organizzativa introdotti da Ridolfi permettono alla Giglio Rosso di vincere il primo scudetto nel 1931, e di scoprire numerosi talenti, tra cui spicca Arturo Maffei, quarto alle Olimpiadi di Berlino nella gara di salto in lungo vinta da Jesse Owens. Grazie a questi successi Ridolfi è eletto nel 1925 presidente del comitato regionale della FISA, la federazione italiana di atletica (dal 1926 FIDAL), per poi divenire dal 1930 al 1943 presidente della FIDAL e dal 1931 al 1946 membro della IAAF, la federazione internazionale.
La stessa politica adottata per l’atletica Ridolfi l’applica anche al calcio. Il progetto del marchese prevede infatti la fusione delle varie piccole realtà calcistiche presenti negli anni venti a Firenze (ASSI, Itala, Juventus Firenze, Robur, Gea, ecc…), in un’unica e competitiva squadra. Nell’estate del 1926 Ridolfi riesce finalmente a fondere la sezione calcistica del Club Sportivo con la PGF Libertas, per far nascere l’A.C. Fiorentina di cui diventa il primo presidente. La squadra adotta inizialmente la maglia bianco-rossa, sostituita nel 1929-30 da quella viola, il colore del giaggiolo, fiore da sempre presente nella storia di Firenze. Nei primi campionati la Fiorentina gioca presso il campo di via Bellini, ma Ridolfi ritiene opportuno dotare la squadra e la città di uno stadio polifunzionale. Nel 1931-32  nasce così lo Stadio di Campo di Marte, intitolato al martire fascista Giovanni Berta. L’opera, progettata da Nervi, è un capolavoro dell'architettura moderna, caratterizzata dalla sua forma a "D" di duce, e viene a costare oltre 6 milioni di lire garantiti dal patrimonio personale del marchese. Ridolfi sacrifica le proprie disponibilità economiche anche per acquistare i giocatori: Petrone, Pizziolo, Gazzari, Valcareggi, ecc… Rimane alla presidenza della società viola fino al 1942, conquistando nel 1939-40 il primo trofeo, la Coppa Italia, per poi passare a presiedere la FIGC. Ma Ridolfi profonde lo stesso impegno e competenza per altre realtà sportive fiorentine: dal 1938 al 1940 è commissario straordinario della Rari Nantes degli atleti Costoli, Raspini e Goggioli; nel periodo 1926-30 è presidente dei Canottieri Firenze, e poi membro del Comitato del Calcio Fiorentino che nel 1930, per volere di Pavolini, aveva ripreso le sue manifestazioni.
Con l’arresto di Mussolini e l’invasione alleata, Ridolfi si dimette da tutte le cariche, e chiede di essere arruolato. Nel settembre 1943 è destinato a Monopoli nella fanteria dell’esercito italiano e posto in congedo nel 1945, ma solo nel 1946 gli è permesso di rientrare a Firenze, dopo che il suo passato di ex federale è stato vagliato attentamente senza essere sanzionato.  Questo prolungato esilio gli permette di non cadere vittima di vendette, sebbene Ridolfi, quale federale non si fosse macchiato di nessuna efferatezza. Il ritorno a Firenze è comunque amaro avendo perso quasi tutto il proprio patrimonio e non essendogli riconosciuti ufficialmente i meriti passati. Ma Ridolfi non si perde d’animo e grazie alle numerose amicizie  riprende il suo impegno per Firenze. Nel 1947 una sua priorità è creare una scuola di formazione tecnica per gli allenatori di calcio riprendendo l’esperienza del Centro di Preparazione Tecnica, nato nel 1941 e di cui Ridolfi era stato presidente. Sul finire degli anni quaranta il Centro rinasce, presieduto da Ridolfi dal 1951 al 1957. Ma ancora una volta mancano gli ambienti idonei per tale attività. Così la FIGC, su interessamento e indicazioni del marchese, nel 1958 completa il modernissimo Centro Tecnico Federale di Coverciano (oggi intitolato a Ridolfi). Nel 1957 torna alla presidenza della FIDAL in vista dell’organizzazioni dell’Olimpiadi di Roma del 1960, ma il 31 maggio del 1958, nel pieno dei preparativi della manifestazione, muore a Padova di infarto.  Firenze perdeva l’ultimo suo mecenate.
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(1) - A. C. Galluzzo, Il Fiorentino, Società Stampa Sportiva, Roma, 1999