domenica 27 marzo 2011

I gemellaggi di Firenze

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Firenze è ufficialmente gemellata con diciotto città straniere: Dresda (Germania), Edimburgo (Scozia), Reims (Francia), Turku (Finlandia), Atene (Grecia), El Aaiun (Repubblica Araba Saharawi Democratica - l’ex Sahara Occidentale -),  Asmara (Eritrea), Esfahan (Iran), Fez (Marocco), Philadelphia (Stati Uniti d’America), Kiev (Ucraina), Kyoto (Giappone), Kuwait City (Kuwait), Nanchino (Cina), Nazareth (Israele), Riga (Lettonia), Salvador Bahia (Brasile) e Tirana (Albania). L’amministrazione comunale fiorentina avviò la politica dei gemellaggi molti decenni fa e tale istituto ha acquisito negli anni una tale importanza che il Comune di Firenze, in uno specifico regolamento, ha deciso di disciplinarlo dettagliatamente: “…il gemellaggio costituisce formale attestazione di reciprocità di relazioni privilegiate fra città di diverse nazioni, finalizzato all'intensificazione di rapporti culturali, sociali, politici, economici con costante riferimento ad una azione comune per la pace, solidarietà, l'incontro fra i popoli”, attribuendo all’Assessorato allo Sport ed alle Tradizioni la delega per la gestione delle Relazioni Internazionali e dei Gemellaggi.
L’usanza di stringere rapporti di forte amicizia tra Firenze ed altre città fu avviata negli anni Cinquanta dal sindaco Giorgio La Pira. La Pira infatti, parallelamente alla organizzazione dei Colloqui Mediterranei (gli incontri internazionali per la pace ed il dialogo tra le culture diverse), favorì i contatti con alcuni sindaci stranieri. Il 3 luglio 1954 infatti il sindaco fiorentino ed il collega di Reims, René Bride, apposero le loro firme sul patto di gemellaggio, il più antico per Firenze, sancendo così l'incontro tra le due storiche cattedrali: di Santa Maria del Fiore, simbolo del Rinascimento, e di Notre-Dame, storica sede delle incoronazioni dei re di Francia e classificata dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanità. Sempre in quegli anni il sindaco-santo, perfezionò i gemellaggi con Edimburgo (1964), con la gemella Dresda, nota infatti come la Firenze tedesca, e, volendo inoltre promuovere i contatti con altre culture e continenti, superando la visione eurocentrica del periodo, favorì i gemellaggi con Fez, Filadelfia (1964) e Kyoto (1964). Nell’ambito di questo ultimo gemellaggio e dell’amicizia che da tempo lega Firenze al Giappone, rientra il dono artistico fatto a Firenze nel 1982 dalla cittadina di Gifu: una statua che raffigura un allevatore giapponese, ed oggi collocata in Piazza di Gavinana.
Piazza Gavinana, l'allevatore giapponese

Nei decenni successivi furono invece siglati i gemellaggi con Nanchino (1982) e con Salvador-Bahia (1991), questo ultimo nato "in nome dei bambini"; da anni infatti numerose associazioni fiorentine, religiose e laiche,  svolgono nella città brasiliana attività di volontariato per risolvere il grave problema dei bambini di strada. Degli anni Novanta sono anche i gemellaggi con la città di Nazareth, nato in nome dell’Annunziata e promosso da Fioretta Mazzei, ex collaboratrice di La Pira, con Asmara (1992), dove il Comune di Firenze collabora a progetti delle Nazioni Unite, con El Aaiun (1995), la città tendopoli capitale del Saharawi e con Kuwait City. Nel Viale Giovane Italia, di fronte  all’ingresso dell’Archivio di Stato è possibile oggi ammirare la scultura "I sette tulipani" dello scultore kuwatiano Jafar Islah, uno dei maggiori artisti del mondo arabo, donata alcuni anni fa a Firenze dall’amministrazione di Kuwait City.
Viale Giovane Italia, I sette tulipani

I più recenti gemellaggi sono invece quelli con Riga (2000), con Tirana (2001) e, ultimo in termini di tempo, con Atene (2004) stipulato nell’anno delle XXVIII Olimpiadi.
RDF

Via dei Servi

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando
Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2005

Via dei Servi è una delle principali strade di accesso al centro storico di Firenze, e, per la sua vicinanza al Duomo, uno degli scorci più pittoreschi della città del Giglio.
Il suo nome deriva dai Servi di Maria, un ordine religioso fondato nel 1234 da alcuni nobili fiorentini, sul cui oratorio sarebbe in seguito sorta la chiesa di SS. Annunziata. Nel Duecento l’attuale zona di SS. Annunziata  si trovava in una ampia area incolta, che si estendeva fino alle pendici della collina di Fiesole, ed al di fuori delle mura cittadine. Infatti la più vicina porta di accesso alla città, Porta Balla, era all’angolo tra l’attuale via Bufalini e Piazza di S. Michele Visdomini, piazza che interrompe, verso il Duomo, la continuità di via dei Servi.
Solo nel XIII° secolo fu realizzata una strada carrabile, di accesso all’oratorio, che prese il nome dell’ordine religioso. Con il completamento del Duomo, la via fu ampliata e prolungata fino a Piazza Duomo; mentre per la realizzazione della Cupola del Brunelleschi, fu occupata da una lunga ed alta rampa per innalzare i materiali.
Ma la strada conserva ulteriori curiosità, in particolare, per la sua vicinanza al centro della città, fu scelta nei secoli passati da numerosi artisti quale luogo per vivere o lavorare. All’angolo di via Bufalini, presso il Palazzo Pasqui, ebbero infatti le loro botteghe Benedetto da Maiano e Jacopo da Empoli, mentre dal 1425 Tommaso Guidi, conosciuto come Masaccio, visse in questa strada, allora facente parte del popolo di San Michele Visdomini. Oggi una targa, posta al numero civico 17, oggi sede della Corte dei Conti, ricorda l’illustre artista.
La targa che ricorda lo studio-abitazione di Masaccio

Una altra lapide, invece, innalzata sulla facciata della chiesa di San Michele Visdomini, nell’omonima piazza, ricorda il pittore Filippino Lippi, un altro importante ospite della zona. Lippi visse e lavorò a lungo in via dei Servi, tanto che la morte lo colse il 20 aprile 1504 mentre, nel suo laboratorio di via dei Servi, stava dipingendo una grande Deposizione per la vicina chiesa dell’Annunziata. La Messa funebre di Filippino Lippi fu celebrata nella chiesa di San Michele, ed al passaggio della sua salma per le vicine strade le botteghe furono chiuse in rispetto dello stimatissimo artista. “Morto e’ il disegno or che Filippo parte/da noi. Stracciati il crin, flora, piangi Arno,/non lavorar, pittura: tu fai indarno,/che il stil hai perso, e l’envenzione e l’arte”, è il testo della lapide che riprende l’epitaffio scritto dal Giorgio Vasari.
RDF
la chiesa di San Michele Visdomini

La Biblioteca Marucelliana

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando
Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2004

Molti fiorentini, studenti e non, saranno entrati almeno una volta nell’antica ed elegante Biblioteca Marucelliana di via Cavour.
La Biblioteca, una delle più importanti istituzioni culturali di Firenze, fu aperta al pubblico il 18 settembre 1752. In quell’anno essa conteneva la collezione personale (oltre 6.000 volumi) dell’abate fiorentino Francesco Marucelli che, morendo a Roma nel 1703, aveva deciso di lasciare il proprio patrimonio librario in eredità a Firenze, perché fosse realizzata una nuova biblioteca pubblica per i poveri. Sulla facciata dell’edificio possiamo ancora oggi leggere quel dettato: "Marucellorum Bibliotheca publicae maxime pauperum utilitati". L’abate indicò anche il luogo dove farla sorgere: nel retro del palazzo di via San Gallo (attualmente sede del Dipartimento di Storia dell'Università di Firenze) che, costruito dalla famiglia Castelli, era passato alla metà del Seicento di proprietà dei Marucelli.
La famiglia fiorentina dei Marucelli decise quindi di costruire qui la nuova biblioteca, che nei decenni successivi fu ampliata con ulteriori collezioni di libri, stampe e disegni appartenenti alla nobile famiglia, connotandosi come biblioteca di carattere generale ed enciclopedico. Nei secoli a seguire altri considerevoli accrescimenti giunsero in Biblioteca a seguito delle soppressioni conventuali, granducali e napoleoniche, e infine con l’avvenuta del Regno d'Italia e di Firenze Capitale. A seguito della legge del 1910, che istituiva il deposito obbligatorio degli stampati, alla Marucelliana cominciarono ad arrivare, come continuano a giungere tutt’oggi, tutte le opere stampate a Firenze e provincia. Oltre alle opere di carattere generale, la Marucelliana presenta così numerose pubblicazioni di carattere storico e artistico (tra l'altro, diversi libri di viaggi e una lunga serie di storie locali italiane), trattazioni filosofico-scientifiche, matematiche e naturali, molte delle quali esposte nel monumentale Salone di lettura fatto da settecentesche scaffalature lignee.
RDF
Facciata ed ingresso della Biblioteca Marucelliana in via Cavour

sabato 26 marzo 2011

Carlo Goldoni in Toscana

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Carlo Goldoni (1707-1793), visse a lungo nella nostra regione, e qui compose anche alcune tra le sue più celebri commedie. Egli fu per la prima volta in Toscana nella primavera del 1742, quando, rifugiatosi da alcuni anni a Rimini per fuggire ad alcuni creditori veneziani, decise, assieme alla moglie, di visitare la Toscana: “[…] libero e padrone come io della mia volontà, e sufficientemente provvisto di denaro, misi in esecuzione un antico mio disegno. Volevo vedere la Toscana, volevo percorrerla ed abitarla per qualche tempo, abbisognandomi trattar familiarmente con i Fiorentini ed i Senesi, testi viventi della buona lingua italiana” . Per i coniugi Goldoni l’avvicinamento a Firenze non fu semplice, a dimostrazione della storica difficoltà nei collegamenti tra Firen-ze e Bologna: “non era ancora aperta nel 1742 la nuova strada (sarebbe stata aperta nel 1749) che da Bologna conduce a Firenze: presentemente vi si va in un giorno, quando prima ne abbisognavano almeno due per attraversare quelle alte montagne tra le quali è racchiusa la Toscana. Scelsi la più corta ed affidai le mie robe ad un vetturale. Si venne per la posta fino a Castrocaro, di là attraversammo a cavallo le alpi di San Benedetto e quindi giungemmo a Firenze”. Goldoni si trattenne a Firenze quattro mesi, durante i quali frequentò gli ambienti culturali della città entrando in amicizia, tra gli altri, con il senatore Giulio Rucellai, a cui dedicherà La locandiera, ambientata per l’appunto a Firenze, il dottor Antonio Cocchi, medico sistematico, filosofo, professore universitario, l'abate Anton Francesco Gori, antiquario dottissimo ed eruditissimo nella lingua etrusca, e l'abate Giovanni Lami, autore di un giornale letterario, le "Novelle letterarie", "la miglior opera che si sia fin qui veduta in Italia in questo genere". A Firenze prese inoltre spunto da un racconto qui narratogli per comporre successivamente la commedia L'avaro geloso. Ma in quella stessa estate Goldoni lasciò Firenze per iniziare un viaggio di studi per la Toscana. Si recò prima a Siena, poi in Maremma ”vasto terreno inutile”, visitò Volterra, Piccioli e Pisa. Nella città della torre pendente si fermerà per oltre tre anni. Entrerà qui a far parte della Colonia Alfea, un circolo culturale legato agli Arcadi di Roma, assumendo il nome di Polissenio Fegeo. A Pisa Goldoni riprende la sua attività di avvocato civilista e penalista, senza però dimenticare la sua antica passione: il teatro. Proprio a Pisa scriverà  I cento e quattro accidenti in una notte, Il figlio d’Arlecchino perduto e ritrovato e Tonin Bella Grazia. Visiterà quindi Lucca, ”trascorremmo sei giorni nel modo più piacevoli. […] lasciai con risentimento quel paese degno d’ogni rispetto […]” quindi Pescia, Pistoia e Prato. Ma nel luglio del 1747 un’incontro casuale con il capocomico Girolamo Medebac a Livorno, dove ambienterà la successiva La trilogia della villeggiatura, spingerà definitivamente Goldoni a dedicarsi al teatro. Accetta infatti l’offerta dell’attore di collaborare stabilmente con la sua compagnia al teatro Sant’Angelo di Venezia, ma prima di lasciare la Toscana volle nuovamente fermarsi a Firenze. Qui infatti assistette, presso l’Accademia degli Apatisti (fondata a Firenze nel 1635 con compito di studiare la lingua toscana), al Sibillone, cioè ad un passatempo letterario, in cui un fanciullo doveva rispondere d’istinto ad una domanda postagli da una persona del pubblico scelta a caso. Un accademico poi, articolando l’interpretazione dell’oracolo-fanciullo, avrebbe giudicato la correttezza o meno della risposta. Durante il Sibillone a cui assistette Goldoni al fanciullo fu posta la seguente domanda: “perché le donne piangono più sovente e più facilmente degli uomini?”. La risposta del fanciullo fu “paglia”. L’accademico, incaricato di giudicare la validità o meno della risposta, la ritenne giusta; infatti, facendo l’analisi delle piante leggere, dimostrò che la paglia superava le altre in fragilità, e quindi passando poi dalla paglia alla donna ne esaltò la sensibilità. Il giorno successivo i Goldoni lasciarono Firenze: “desiderando che i Fiorentini e i Bolognesi trovassero il mezzo di agevolare quell'alpestre cammino, per cui rendevasi noiosa e difficilissima la comunicazione di co-desti due paesi importanti”.
Goldoni ritornò a Firenze nella primavera del 1753, quando, abbandonata la compagnia di Medebec, decise di proseguire la pubblicazione del suo teatro rivolgendosi al noto stampatore fiorentino Paperini. A Firenze Goldoni fece infatti stampare, a sue spese, 50 sue commedie raccolte in 10 preziosissimi volumi: tra il 1753 e il 1757 furono edite e vendute tutte le 1700 copie stampate.
Nel 1873 Firenze volle dedicare un luogo della città ed una statua al grande commediografo veneziano; gli fu quindi intitolata la nuova piazza, che ancor oggi porta il suo nome, che si era venuta a creare in seguito al proseguimento dei lungarni con i lavori per Firenze capitale. Sulla piazza fu quindi collocata dai filodramma-tici fiorentini una statua di Goldoni opera di Ulisse Cambi.
RDF
La statua dedicata a Carlo Goldoni nell'omonima piazza a Firenze.

Le targhe di Piazza de’Pitti

Articolo Pubblicasto sulla rivista Firenze Informa nel 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Lo scrittore e pittore Carlo Levi, torinese, scrisse il suo più celebre romanzo, “Cristo si è fermato ad Eboli”, a Firenze dove visse dal 1943 al 1945.
Levi infatti, dopo il confino politico in Basilicata tra il 1935 e il 1936, a cui fu assoggettato per la sua attività antifascista e che ispirerò il romanzo, e l'emigrazione negli Stati Uniti, rientrò in Italia nel 1943 stabilendosi a Firenze. Qui entrò in contatto con il mondo letterario locale, partecipò attivamente alla Resistenza come membro del Comitato di Liberazione della Toscana e fu nominato direttore del quotidiano "La Nazione del Popolo”.
La targa dedicata a Carlo Levi

Una targa posta in Piazza Pitti, al numero civico ,indica la casa dove Levi, ospite della partigiana Annamaria Ichino, scrisse tra il dicembre del 1943 e il luglio 1944 il romanzo e visse in clandestinità; come lo stesso autore ricorda nelle pagine di una sua successiva opera letteraria “L'Orologio”: "Fascisti e tedeschi mi cercavano, e io passavo gran parte del giorno in una casa segreta, con carte false e falso nome; e scrivevo, seduto a un piccolo tavolino, vicino alla finestra. La Piazza Pitti si ergeva davanti a me".
Sullo stesso lato della piazza, ma al numero 22, come testimonia la targa sulla facciata del palazzo, un altro illustre personaggio della letteratura internazionale, visse e lavorò: lo scrittore moscovita, Fedor Michajlovic Dostoevskij, che durante un lungo viaggio tra le capitali europee, fra il 1868 al 1869 si fermò a Firenze e scrisse “L’Idiota”, uno dei suoi romanzi più celebri.
La targa che ricorda il soggiorno a Firenze di Dostoevskij

A completare la presenza ed il soggiorno di personaggi famosi in Piazza Pitti, citiamo un'altra lapide posta al numero civico 18, la quale ricorda che lì visse a lungo Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482). Astronomo, matematico e medico fiorentino, Toscanelli assieme a Filippo Brunelleschi effettuò i calcoli per la costruzione della Cupola di Santa Maria del Fiore, ed attraverso l’osservazione delle comete (in un suo  manoscritto astronomico, conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, Toscanelli riporta in una carta del cielo il passaggio del 1546 della cometa, in seguito chiamata "Cometa di Halley") elaborò un efficace metodo di rappresentazione cartografica. Ma la sua notorietà dipende dalla lettera che spedì a Cristoforo Colombo in cui dimostrava la sfericità della terra, fornendogli la carte del globo ed indicandogli che la via più breve per raggiungere l'Oriente asiatico era quella attraverso l'Oceano Atlantico.
RDF

giovedì 17 marzo 2011

Interventi urbanistici ed edilizi nella Firenze capitale



Articolo Pubblicato sulla Rivista Microstoria nel 2005 e sul mensile Firenze Informa nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Già alla metà dell’Ottocento a Firenze si era sentita l’esigenza di avviare interventi edilizi ed urba-nistici che migliorassero materialmente ed igienicamente la città. Con il trasferimento provvisorio della capitale questa esigenza divenne una priorità. Così il 14 novembre del 1864, pochi giorni dopo la firma del regio decreto che indicava Firenze la nuova capitale d’Italia, il consiglio comunale fio-rentino, su indicazione del sindaco Peruzzi, deliberò l’istituzione di una commissione avente il compito di scegliere i curatori e le linee guida del nuovo progetto di ingrandimento urbano per “co-stituire l’anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova città”.
L’ingegnere Del Sarto, responsabile dell’Ufficio Comunale d’Arte, fu incaricato della sistemazione interna della città, mentre l’architetto ed urbanista Giuseppe Poggi (1811-1901), del suo amplia-mento. Al Poggi i commissari riconobbero la capacità, esibita in precedenti lavori di edilizia e di ri-strutturazione (Villa Favard, Palazzo Canevaro e Santissima Annunziata), di far ben sposare la ma-trice classicista della scuola toscana con l’architettura cinquecentesca, oltre che una buona forma-zione urbanistica, acquisita con i viaggi studio a Parigi e a Londra.
Nel febbraio del 1865 il Poggi presentò così al re Vittorio Emanuele II, per la sua approvazione, il piano di massima dell’allargamento della città, recependo le indicazioni dettate dalla commissione comunale: “abbattere le mura per la realizzazione di un grande passaggio […] e il collegamento tra le vie della vecchia città e quelle che dovranno aprirsi o modificarsi negli attuali suburbi”. Gli in-terventi edilizi ed urbanistici del piano indicarono, come priorità: la viabilità, cioè l’allargamento di vie e lungarni già esistenti e la realizzazione di nuove, e lo sviluppo di nuovi quartieri residenziali. Il re ne fu entusiasta.
Nella primavera del 1865 si dette l’avvio all’abbattimento delle mura lungo il loro percorso sulla riva destra dell’Arno, partendo dal ponte di ferro fuori di Porta alla Croce (in prossimità dell’attuale Ponte San Nicolò) fino alla Porta al Prato. L’antico confine tra la vecchia e nuova Firenze fu sosti-tuito da un lungo passaggio alberato, i viali di circonvallazione, completato nel 1869. L’intervento vide la sistemazione del Piazzale degli Zuavi (oggi Vittorio Veneto), quale nuovo accesso alle Ca-scine che proprio in quegli anni da bene demaniale diventavano una proprietà municipale, e l’isolamento della Fortezza da Basso, circondata da viali alberati, come il Cimitero degli Inglesi, nell’attuale Piazza Donatello, presso cui fu abbattuta anche la Porta a Pinti. Fu ridisegnata Piazza San Gallo che prese il nome di Piazza Cavour (oggi Piazza della Libertà), mantenendo però l’antica porta, l’Arco dei Lorena ed il Parterre granducale, ma dotandola di spazi verdi e circondata da edifi-ci con alti portici. Simile intervento fu fatto per l’attuale Piazza Beccaria, salvando al centro la Porta alla Croce. Lungo i lati di questi viali furono costruite nuove abitazioni, sorte dove fino ad allora, in particolare tra Borgo la Croce e Borgo Pinti, si presentavano solo numerosi piccoli orti.
Nel 1866 furono realizzati i nuovi lungarni della Zecca, Serristori e Torrigiani e potenziate le difese presso le Cascine ed i lungarni del centro contro le alluvioni dell’Arno e presso il Ponte Rosso contro quelle del Mugnone.
Sul lato sinistro della città l’abbattimento delle mura interessò il tratto da Porta Romana all’attuale Piazzale Galileo, per far sorgere, nel 1865, la prima parte del Viale dei Colli e le Scuderie Reali. I lavori per le successive tratte del viale e per il piazzale panoramico furono avviati nel 1868 e com-pletati nel 1871. Il piazzale panoramico prese il nome di Michelangiolo, e nel 1875 fu posta la copia del David. Dello stesso anno sono il completamento della balaustra e dell’elegante loggia-caffè; questa, nell’intenzione del Poggi, avrebbe dovuto ospitare un museo di Michelangelo.
Piazzal Michelangelo, la lapide dedicata a Giuseppe Poggi

Il Poggi aveva previsto anche che il Viale dei Colli continuasse oltre porta Romana, sulle colline di Bellosguardo fino al Pignone, per poi raggiungere le Cascine, ma per mancanza di fondi il prose-guimento non fu realizzato. Fu invece data una nuova sistemazione, con rampe, fontane e grotte ne-oclassiche, all’area sottostante il Piazzale, intorno all’antica porta di San Niccolò, oggi per l’appunto Piazza Poggi.
L’abbattimento delle mura e la creazione dei nuovi viali ampliava quindi i nuovi confini cittadini facendo nascere nuovi zone residenziali. Il Comune inglobò nel proprio territorio i comuni di Ro-vezzano, di Careggi e di Legnaia, fu completata la sistemazione dei quartieri della Mattonaia, del Maglio, di Barbano e del Prato, inoltre sorsero i nuovi quartieri di Savonarola, Le Cure e quelli in-torno alla Fortezza da Basso. Presso tutti questi quartieri avrebbero trovato ospitalità le 30.000 per-sone che giunsero a Firenze con il trasferimento in città della capitale, portando la popolazione fio-rentina a 150.000 residenti. Invece i ceti più poveri furono trasferiti dai luoghi interessati dai lavori presso le abitazioni fatte costruire dal Municipio intorno ai viali, a Porta alla Croce, al Pignone e fuori la Porta San Frediano.
Il piano del Poggi non poté non tener conto anche di specifiche esigenze militari, le caserme infatti dovevano sorgere prossime al centro e la nuova rete stradale cittadina doveva garantire un rapido movimento della cavalleria in caso di sommosse. Per tale motivo, dopo le indicazioni del Genio Mi-litare, fu deciso di posizionare il Campo di Marte sotto la collina di Fiesole e collegarlo ai nuovi viali tramite la costruzione del viale Militare (oggi dei Mille). Inoltre furono occupati ex edifici religiosi intorno alla stazione ed alla Fortezza per ospitare caserme, mentre a fini militari fu destinata nel 1888 anche l’area tra le attuali piazze Beccaria e Piave presso cui invece Poggi aveva realizzato un ampio parco alberato chiuso sul lungarno da un parterre.
Contemporaneamente proseguivano i lavori nel centro della città, dove avrebbero avuto sede le varie funzioni governative. Fu infatti completato l’allargamento delle vie Panzani, Cerretani, Tornabuoni e Martelli, costruita la sede della Banca d’Italia in via dell’Oriuolo, mentre in Piazza della Signoria, si abbatteva l’antico tetto de’ Pisani, sede delle vecchie poste, per costruirvi il Palazzo Lavison. Nel 1862 fu bandito il concorso per rivestire la facciata del Duomo, vinto dal progetto di Emilio De Fabris, ma che fu completato solo nel 1887.
Ulteriori interventi interessarono la costruzione di nuovi mercati per sostituire quelli vecchi del centro. Nel 1871 quindi, abbattuti i malsani quartieri Camaldoli di San Lorenzo, fu inaugurato il mercato coperto di San Lorenzo, poi quelli di Sant’Ambrogio e di San Frediano, mentre i nuovi macelli ed il mercato del bestiame furono eretti presso il quartiere di San Jacopino.
Rimaneva aperta la sistemazione del nucleo antico della città intorno al Mercato Vecchio (il ghetto) costituito da stretti vicoli ed alti caseggiati senza alcuna osservanza igienica e di sicurezza. Già alla vigilia del trasferimento a Firenze della capitale le istituzioni avevano auspicato una rapida soluzione edilizia del problema, ma solo nel 1895 fu completata la demolizione del vecchio mercato con la realizzazione di Piazza Vittorio Emanuele II (oggi della Repubblica) e della galleria coperta, mentre il Poggi aveva auspicato per l’area interventi non radicali.
Il complesso piano Poggi fu però solo in parte attuato, principalmente per la mancanza di fondi (in sei anni furono comunque realizzate 2.363 nuove case, con oltre 40.000 nuovi spazi abitativi, mentre le grandi edificazioni furono 850) . Il Municipio di Firenze aveva sostenuto il grosso delle spese, ed in seguito al trasferimento della capitale a Roma e l’esodo di oltre 30.000 persone, fu difatti co-stretto a dichiarare il fallimento.
RDF

venerdì 11 marzo 2011

1860: a Firenze ed in Toscana è introdotta la lira italiana



Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel luglio del 1860 a Firenze ed in Toscana si introduceva la lira italiana, derivazione di quella piemontese, divisa in dieci decimi e in cento centesimi. La lira italiana ebbe quindi circolazione legale in Toscana prima dell'effettiva unificazione del Regno d’Italia (1861), questo per volere del Governo provvisorio toscano, che così voleva accelerare l’annessione della Toscana al Regno dei Savoia, che, seppur approvata dai toscani con il plebiscito nella primavera del 1860, si vedeva minacciata dai movimenti repubblicani. Le nuove lire vennero coniate dalla zecca di Firenze e su una faccia fu impressa l’effigie del re Vittorio Emanuele II circondata dalla scritta “Re eletto”.
La lira piemontese-italiana sostituì così quella toscana granducale, introdotta invece nel periodo della dominazione napoleonica, e le altre monete che da secoli circolavano nel Granducato (soldi, crazie, quattrini, francesconi e paoli).
La lira toscana granducale si divideva in 20 soldi e ogni soldo in 3 quattrini, ma poteva comporsi anche di 12 crazie (derivante dalla traduzione tedesca di croce), mentre servivano 8 crazie per avere un paolo. Il francescone era la moneta d’argento, lo zecchino quella d’oro (uno zecchino corrispondeva ad oltre 14 lire); mentre il famoso fiorino era stato da molti decenni abolito, per ricomparire, con disegni e valori diversi, brevemente, solo nel 1859.
Una lira toscana era lo stipendio giornaliero di un operaio generico, mentre un biglietto del treno per un tragitto regionale ne costava quattro. Con l’introduzione della lira italiana in Toscana fu stabilito per il passaggio alla nuova moneta che la lira toscana valesse 84 centesimi di quella italiana.
Il 17 luglio 1861 la lira italiana fu estesa a tutto il territorio italiano, ma in Toscana i soldi, le crazie, i quattrini, i francesconi e i paoli continuarono ad avere per molti anni ancora valore legale.
RDF

Il rivestimento delle facciata del Duomo

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In un disegno del Cinquecento, conservato nel Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore, è possibile osservare come in origine fosse rivestita, parzialmente, la facciata del Duomo. Quel rivestimento fu però smantellato nel 1491 per sostituirlo con uno nuovo, ma da allora iniziò un lungo dibattito sulle opportunità e modalità di tale intervento che si potrasse fino alla fine dell’Ottocento, lasciando così spoglia per molti secoli la facciata della Cattedrale.
Infatti solo durante il periodo di Firenze capitale la questione, tra mille polemiche, si risolse. Nell’aprile del 1864 fu difatti bandito un concorso internazionale per il rivestimento della facciata del Duomo. Furono presentati 43 progetti diversi sul tema; la commissione giudicatrice, presieduta dallo scultore fiorentino Giovanni Duprè, ne selezionò prima quattro e poi due: quello del danese Petersen e quello dell’architetto fiorentino Emilio De Fabris. Il progetto del fiorentino, che si ispirava liberamente agli originari rivestimenti presenti sulle fiancate del Duomo e che prevedeva per il finimento estremo della facciata tre alte cuspidi, ottenne la maggioranza dei voti della commissione. Ma il concorso fu censurato per questioni legali, quindi il risultato fu annullato e nel 1866 fu bandito un nuovo concorso internazionale, posticipato di alcuni anni per lo scoppio della guerra contro l’Austria-Ungheria in Veneto. Anche questo concorso confermò vincitore, tra 40 disegni concorrenti, quello di De Fabris. La commissione infatti ne lodò il coronamento tricuspidale che risultava essere il meno discosto dal carattere dell’architettura medievale toscana, suscitando però polemiche ed avversioni tra gli addetti ai lavori. Questo coronamento sarebbe stato infatti simile a quello presente oggi sulla facciata di marmo di Carrara della Basilica di Santa Croce che era stata inaugurata il 3 maggio del 1863 su disegno dell’anconetano Niccolò Matas (una lapide in prossimità dell’ingresso principale della Basilica ricorda che lì è sepolto l’architetto Matas a riconoscenza della sua opera).
I lavori per il rivestimento della facciata del Duomo iniziarono però solo nel 1876 e si conclusero con l’inugurazione del 12 maggio del 1887. Osservando oggi la facciata della Cattedrale notiamo che le tre cuspidi non sono state realizzate. Infatti nel 1883 De Fabris morì e il suo successore alla direzione dei lavori, Luigi Del Moro, dopo forti pressioni esterne, modificò l’originario progetto servendosi dei disegni lasciati da De Fabris, che aveva previsto che le autorità sarebbero tornate sopra alla deliberazione presa.
RDF
La facciata del Duomo

La facciata della Basilica di Santa Croce

martedì 8 marzo 2011

Il quartiere de Il Maglio

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Il quartiere che si estende tra Piazza d’Azeglio e Piazza della Libertà storicamente prende il nome di quartiere del Maglio. Questa denominazione deriva da un antico gioco, praticato a Firenze fin dal Quattrocento, simile al moderno tamburello, ma che richiedeva l’impiego di una grossa mazza di legno, appunto il maglio. Lo spazio adibito a tale gioco era una piccola strada di campagna che divideva il convento di San Domenico in Cafaggio (che ospita il Chiostro del Maglio),  tutt’oggi presente tra Via Venezia e Via Cherubini, dal convento di San Marco, luoghi che in quel periodo si trovavano fuori dalle mura. Nei secoli successivi fu realizzata un’ampia strada che, costeggiando questi conventi, portava fuori Firenze e che prese il nome di Via del Maglio.
La zona subì un sostanziale cambiamento urbanistico verso la metà dell’Ottocento. In seguito al progetto dell’ingegner Del Sarto (1862-64), il quartiere si trasformò difatti in area residenziale, in cui sorsero numerosi palazzi che ospitarono il personale amministrativo del regno durante Firenze capitale. Invece il piano di allargamento della città, voluto da Giuseppe Poggi, portò ad abbatere le mura che limitavano ad est il quartiere, creando così i viali di circonvallazione. Nell’occasione fu abbattuta, in prossimità di Piazza San Gallo (oggi piazza della Libertà) anche la Torre del Maglio, una grande struttuta dalla curiosa forma di una piramide, che ospitava una potente pompa idraulica utilizzata per distribuire nel quartiere l’acqua proveniente da Pratolino.
Nel 1878 Via del Maglio prese il nome di Via Alfonso La Marmora, che tutt’ora mantiene, in onore del generale ed ex Presidente del Consiglio del Regno, che a lungo aveva vissuto nella vicina Via Venezia e che in quell’anno moriva. Mentre nel 1882 il già citato convento di San Domenico in Cafaggio, sconsacrato, divenne la sede, mantenuta fino al 1998, della prestigiosa Scuola di Applicazione di Sanità Militare, la prima scuola italiana di formazione per i medici militari.
RDF
Il chiostro de Il Maglio

sabato 5 marzo 2011

L’antica Compagnia dei Battilani

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Il recente restauro del tabernacolo della Madonna in Gloria con due Angeli, che sorge in via Santa Reparata angolo via delle Ruote, ha permesso di riscoprire l’antica Compagnia dei Battilani. La Compagnia nacque come arte minore della lana ed espressione della Compagnia dei Ciompi, da cui si scisse nel 1387 dopo la famosa congiura dei Ciompi. I garzoni più poveri costituirono quindi la Compagnia di Santa Maria degli Angeli dei Battilani.
Nel 1490 la bolla papale di Innocenxo VII, assegnò ai Battilani per 31 fiorini larghi, un’area di circa 6 ettari intorno all’attuale via di Santa Reparata, dove costruire una chiesa (la Chiesa di Santa Maria dei Battimani), un ospedale e delle abitazioni. Al numero 15 di via delle Ruote si vede ancora l’ingresso principale dell’antica sede dei Battimani. Gli affiliati alla Compagnia, spesso afflitti da malattie respiratorie causate dalla lavorazione delle lane,  insistettero per insediarsi in questa parte della città riconosciuta allora come la più salubre.
La Compagnia dei Battilani fu sciolta dai Lorena nel 1789, ma nel 2000 si è ricostituita con lo stesso spirito degli antichi fondatori: la filantropia e la sussidiarietà, la formazione morale e spirituale degli iscritti.
RDF

Il Tabernacolo dei Battilani, in Via Santa Reparata, angolo Via delle Ruote, restaurato nel 2004 in memoria dell'amico Marco Rubichini, prematuramente scomparso

Il resoconto della benedizione ed inaugurazione del tabernacolo restaurato nella stampa del 2004

La Nazione del 30/09/2004

Il Corriere di Firenze del 30/09/2004


martedì 1 marzo 2011

Alessandro Manzoni a Firenze

Articolo Pubblicsto sulla rivista Firenze Informa nel 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Al numero 4 del Lungarno Corsini, sopra l’ingresso del Palazzo Gianfigliazzi (già Bonaparte), una targa ricorda il soggiorno fiorentino di Alessandro Manzoni nel 1827. In quell’anno infatti Manzoni, dopo l’uscita della prima edizione dei “I Promessi Sposi”, aveva deciso di trasferirsi per un breve periodo di tempo a Firenze con la propria famiglia per studiare la lingua locale e correggere il suo romanzo in fiorentino, da cui la famosa frase “risciacquare i panni in Arno”. Difatti Manzoni voleva che il romanzo “I Promessi Sposi” fosse destinato ad un vasto pubblico e non solo colto, il che richiedeva l’utilizzo di una lingua scritta che fosse la più vicina a quella parlata. La penisola italiana del periodo però era divisa in numerosi stati indipendenti ognuno con la propria lingua o dialetto, Manzoni così individuò nella lingua fiorentina, che più delle altre aveva svolto nella storia italiana una sorta di egemonia culturale, quella adatta al suo scopo. Lo scrittore corresse quindi in fiorentino la seconda edizione de “I Promessi Sposi” uscita tra il 1840 e il 1842. Manzoni soggiornò a Firenze anche nel 1856.
Nello stesso Lungarno, ma al numero 2, in un altro palazzo della famiglia Gianfigliazzi, è posta sopra il portone una lapide che testimonia invece il prolungato soggiorno nel palazzo, ospite del conte Masetti, di un altro illustre letterato, Vittorio Alfieri. E proprio tra le mura di questo palazzo il 9 ottobre del 1803 Vittorio Alfieri morì. Il poeta infatti aveva scelto Firenze quale sua seconda patria, così da essere sepolto nella Basilica di Santa Croce nel monumento funebre realizzato dal Canova.
RDF
Il palazzo di Lungarno Corsini dove soggiornò Manzoni, la targa, sopra l'ingresso, lo ricorda

Borgognissanti


 Testo di Roberto Di Ferdinando

A Firenze, dove oggi si trova la via di Borgognissanti, nel XII secolo vi era un piccolo insediamento di lanaioli e conciatori di cuoio e pellame (galigai). Questo si poneva appena fuori la prima cerchia muraria eretta a Firenze, da qui il nome di borgo, ed in un’area ricca di approdi all’Arno e di corsi d’acqua indispensabili per la lavorazione delle pelli. La posizione di questo insediamento, a valle di Firenze, comunque era stata imposta dalle autorità cittadine per impedire che gli scarti della lavorazione delle pelli avvelenassero l’Arno nel tratto cittadino.
Il borgo inoltre ricopriva una posizione strategica dal punto di vista commerciale, in quanto era prossimo al Ponte alla Carraia (così battezzato per il continuo passaggio di carri con merci) ed al mercato di bestiame che si svolgeva presso l'attuale Porta al Prato.
Intorno alla metà del XII secolo questa zona conobbe un’importante sviluppo grazie agli Umiliati, dei frati francescani dediti anche alla produzione di manufatti di lana, che si insediarono a Firenze nel 1231. L’Ordine degli Umiliati, originario della Lombardia, si era trasferito a Firenze, stabilendosi nelle campagne a nord della città, per combattere l’eresia che si stava diffondendo nell’Italia centrale. Nel 1251 i frati, desiderosi di dedicarsi anche alla lavorazione della lana, ricevettero il permesso di insediarsi presso il borgo di lanaioli. Qui costruirono un loro convento ed una chiesa (dove oggi vi è la Chiesa di Ognissanti), che fu dedicata al culto di Maria, regina di tutti i santi, da cui il nome di Borgognissanti. L’insediamento si ampliò con nuove abitazioni, nuove botteghe di artigiani, nuovi approdi ed una miglior razionalizzazione dei corsi d’acqua che contribuirono ad aumentare il prestigio, nel mondo di allora, della lana prodotta a Firenze.
Tra i personaggi famosi che ebbero i natali in questo borgo, occorre ricordare il grande artista Sandro Filipepi (1445-1510), conosciuto come Botticelli, figlio proprio di un conciatore del borgo, e il navigatore Amerigo Vespucci  (1451 - 1512), la cui famiglia, produttori e commercianti di seta, costruì nel trecento l’Ospedale di Santa Maria dell’Umiltà, poi Ospedale di Ognissanti rimasto aperto fino a venti anni fa.
RDF