domenica 27 febbraio 2011

Via della Pergola ed il suo teatro

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Alla destra dell’ingresso principale del Teatro della Pergola, al numero 12 di via della Pergola,  una targa ricorda che la sera del 14 marzo 1847 Giuseppe Verdi diresse la rappresentazione del Macbeth. Il maestro di Busseto, infatti, invitato personalmente dal Granduca Leopoldo II, per l’occasione musicò il dramma di Shakespeare, presentandolo quella sera in prima assoluta. In tal maniera anche Giuseppe Verdi contribuì ad aumentare il prestigio di questo teatro che oggi, tra quelli in attività, è uno dei più antichi.

Il teatro della Pergola nasce infatti nel Seicento grazie all’iniziativa dell’Accademia degli Immobili (già Accademia dei Concordi e costituitasi nel 1644). L’Accademia, nata sotto la protezione dei Medici,  si componeva di numerosi nobili, tra cui Antonio Ricasoli e Piero Strozzi, e presieduta dal cardinale Giovan Carlo, fratello di Ferdinando II dei Medici. I fini dell’Accademia erano artistici e culturali, interessandosi infatti alla pratica di discipline diverse ed allo studio di più materie:   musica, matematica, recitazione, lettura e rappresentazione di commedie. I luoghi di ritrovo degli accademici furono, prima gli spazi in via del Parione, poi lo stanzone, trasformato in sala di recitazione, in via del Cocomero, oggi via Ricasoli, ma queste soluzioni non erano adatte alle esigenze dell’Accademia. Così, tramite l’interessamento del Cardinale, fu affittato un ampio ambiente fino ad allora ospitante un tiratoio di proprietà dell’Arte della Lana. In quel periodo infatti nella zona si concentravano le botteghe per la lavorazione della lana, da cui traggono origine i nomi di via della Pergola e della vicina via della Colonna.  Le pergole infatti erano quelle che ricoprivano, ingentilendoli, gli orti e gli spazi verdi che si distendevano dietro i laboratori degli artigiani della lana e presso cui si svolgeva una parte della loro lavorazione. Le colonne invece erano i pali che, sorreggendo le numerose tettoie poste sopra i vari tiratoi, caratterizzavano questi luognhi.
I lavori del teatro, su progetto dell’architetto Ferdinando Tacca, furono avviati nel 1656 e conclusi nel 1661, in tempo per ospitare alcuni degli eventi celebrativi delle nozze di Cosimo III con Margherita d’Orleans.
Il teatro, in struttura lignea, aveva un ampio palcoscenico e esibiva tre ordini  di palchi sorretti da una ampia loggia, che ne fecero il primo esempio architettonico di teatro “all’italiana”, mentre una serie di stanze e cortili rendeva l’ambiente insonorizzato dalle strade vicini. Poteva accogliere fino ad oltre mille persone, ospitati nei palchi e nella loggia aperta sulla platea, qui gli spettatori si sedevano su delle panche fisse ed in due settori distinti in modo da separare  il pubblico maschile da quello femminile. Al centro della sala vi era invece l’area riservata ai componenti più illustri dell’Accademia.
Nei suoi primi anni di attività il teatro fu utilizzato esclusivamente dalla corte per celebrare proprie manifestazioni e ricorrenze o rappresentare esclusivi eventi artistici. Solo nel 1718, quando l’Accademia riscattò la proprietà del teatro dall’Arte della Lana, l’ingresso alle attività teatrali fu permesso anche al pubblico pagante.
Nel 1804 il teatro fu dotato di un Saloncino (tutt’oggi presente ed attivo con spettacoli teatrali, proiezioni video, concerti, conferenze culturali e didattiche), mentre nel 1814 ospitò una sontuosa festa per celebrare il ritorno del granduca Ferdinando III, dopo la parentesi napoleonica, durante la quale il teatro aveva preso temporaneamente il nome di Imperiale.
Nell’Ottocento la Pergola ampliò la sua attività al canto, alla danza ed all’opera, allestendo programmi di alta qualità, con opere di Bellini, Donizetti, Verdi, Rossini, Pacini, Ricci, ecc...
Dal 1925 il teatro della Pergola è monumento nazionale e dal 1942 è di proprietà dell’Ente Teatrale Italiano.

l'ingresso del teatro della Pergola
Sopra l'ingresso del teatro la lapide che ricorda la prima assoluta del Macbeth diretta da Giuseppe Verdi





Nei secoli il teatro è stato più volte ristrutturato, ma senza perdere quegli aspetti architettonici propri del teatro all’italiana. Nel settecento le strutture lignee furono infatti sostituite da quelle di muratura, mentre nell’ottocento l’architetto Gaetano Baccani lo arricchì intervenendo sull’ingresso, il vestibolo al teatro, il caffè e il foyer, dandogli quel aspetto elegante che oggi possiamo continuare ad ammirare.
Chi dovesse passare per via della Pergola non si dimentichi però di soffermarsi anche presso il numero civico 59 e leggere la lapide apposta sul palazzo. Questa ci ricorda infatti che in quegli ambienti Benvenuto Cellini realizzò il Perseo e qui morì nel 1471.
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Via della Pergola, il laboratorio di Benvenuto Cellini

Le antiche torri di via del Proconsolo

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In via del Proconsolo, all’altezza dell’ingresso del Museo Nazionale del Bargello, sulla rete stradale, si possono notare due fini fasce concentriche di ottone che ricordano il perimetro di una delle due antiche torri che erano di guardia alla porta di San Pietro, in prossimità dell’attuale angolo di via del Proconsolo con Borgo degli Albizi. La torre faceva parte del lato est della cinta muraria matildina (1078), la quarta cerchia, definita da Dante la cerchia antica, che percorreva il Castello d'Altofronte (oggi Museo della Scienza) e le attuali via de' Castellani, Via dei Leoni, via del Proconsolo (la Badia si trovava all’interno di questa cerchia), piazza Duomo (qui sorgeva la porta del Vescovo all'incrocio con Borgo San Lorenzo), via de' Cerretani, via Rondinelli, via de' Tornabuoni, Borgo Santi Apostoli (qui, verso ponte Vecchio, vi era la porta di Santa Maria), e via Lambertesca (con porta Ruber, poi porta Rossa).
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Via del Proconsolo, i segni delle antiche torri

martedì 22 febbraio 2011

Ottone Rosai e Via di San Leonardo

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Il 28 aprile 1895 nasceva a Firenze Ottone Rosai, uno dei più importanti pittori del Novecento italiano. Figlio di un falegname, Rosai, giovanissimo, si iscrisse all’Istituto delle Arti Decorative di Santa Croce ed in seguito all’Accademia di Belle Arti, ma ben presto si allontanò dagli ambienti accademici percorrendo un personalissimo percorso artistico che lo portò prima allo studio degli impressionisti francesi (Corot, Courbet, Cézanne), poi ad avvicinarsi al neonato movimento futurista, partecipando con proprie opere alla mostra futurista di Roma nel 1914 e collaborando alla pubblicazione de “Lacerba” di Giovanni Papini, ed infine ad accostarsi alle avanguardie assieme a Carlo Carrà ed Ardengo Soffici. Nel 1915, con la partecipazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale, Rosai, interventista, decise di arruolarsi e fu inviato al fronte. Questa esperienza lo segnò profondamente, tanto da influenzare le sue successive scelte politiche ed artistiche. Nel 1919 infatti aderì al movimento dei fasci, mentre sul piano artistico si rivolse al purismo, alla pittura metafisica ed a quella del Trecento e Quattrocento toscano. Rosai sperimentò così una nuova pittura basata su un sistema rappresentativo di solido primitivismo. I suoi soggetti furono infatti prima le nature morte, poi le composizioni con figure ed i paesaggi. Le figure sono dipinte con tratti semplici, alle volte accennati, ed espressione di un mondo cittadino quotidiano e popolare; Rosai difatti rivolse la sua attenzione artistica ai paesaggi di quartiere, ai vicoli, alle osterie ed alle persone semplici di una Firenze minore. Rosai inoltre collaborò anche con la rivista ed il gruppo artistico “Il Selvaggio” guidato da Mino Maccari e nel 1939 fu nominato professore di figura disegnata al Liceo Artistico fiorentino mentre nel 1942 gli fu assegnata la cattedra di pittura all’Accademia di Firenze. Morì il 13 maggio del 1957 ad Ivrea, dove si era recato per inaugurare la più grande mostra a lui dedicata.

La casa-studio di Ottone Rosai in Via San Leonardo



Tra i vari scorci di Firenze immortalati nelle opere di Rosai non possiamo dimenticare la caratteristica e tortuosa via di San Leonardo che da Viale dei Colli giunge a Porta San Giorgio, in prossimità del Forte di Belvedere, dipinta in un suo famoso quadro del 1935. E proprio in questa antica strada contraddistinta da antiche ville, costeggiata da alti cipressi e delimitata da rurali muri di pietra ornati da ottocenteschi graffiti, al numero 49, visse e lavorò dal 1933 al 1957, come ci ricorda una targa, il maestro Rosai.
Rosai non è l’unico artista ad aver dimorato ed operato in questa suggestiva via, infatti al numero  53, in prossimità del viale, vi è villa Piatti, sulla cui facciata una lapide testimonia che il musicista Ilic Ciaikovskij, nel 1858 qui musicò una delle sue più conosciute opere teatrali, “La Donna di Picche”; mentre oltre la casa di Rosai, visse nell’Ottocento lo scrittore fiorentino, Mario Pratesi.

La casa in cui soggiornò Ciaikovskij

Chi percorresse via di San Leonardo non si dimentichi di visitare la  piccola chiesa di San Leonardo in Arcetri del XI° secolo, che custodisce al suo interno un pergamo (altare) duecentesco in marmo, dal quale pronunciò alcuni discorsi anche Giovanni Boccaccia. Originariamente il pergamo era posto nella chiesa di San Pier Scheraggio, sconsacrata ed inglobata negli Uffizi nel 1782 per volere del Granduca Pietro Leopoldo.
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Le curiosità della facciata di Palazzo Vecchio

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Palazzo Vecchio o della Signoria
 Palazzo Vecchio, da sempre centro di potere e dell’amministrazione della città, presenta, già dalla sua facciata, numerose testimonianze di importanti eventi legati alla storia politica di Firenze e della Toscana.
La più recente in ordine cronologico è la targa di bronzo posta alla sinistra, in alto, dell’ingresso principale del palazzo. Questa riporta i risultati definitivi del plebiscito che il 15 marzo 1860 chiamò gli elettori toscani a scegliere l’annessione della Toscana all’appena costituitosi regno d’Italia oppure di rimanere un granducato indipendente. I toscani votanti furono oltre 380.000, solo 14.000 di questi votarono contro l’annessione; la Corte di cassazione, riunitasi nel Palazzo decretò l’annessione della Toscana alla nuova monarchia costituzionale.

La targa che ricorda il risultato referendario del 1860 sull'annessione al Regno d'Italia
Spostando lo sguardo più alto, sotto gli archi del ballatoio merlato, possiamo osservare invece nove stemmi diversi, ripetuti più volte. Questi furono dipinti dopo la cacciata del Duca d'Atene (1343), per esaltare la Repubblica Fiorentina ed ognuno ha un preciso significato. Il primo da sinistra, la croce rossa su campo bianco, è l’insegna del Popolo Fiorentino, il successivo, il giglio rosso in campo bianco, rappresenta invece il simbolo guelfo ed attuale stemma di Firenze, questo sostituì il giglio ghibellino, giglio bianco su campo rosso, (il settimo da sinistra) quando i guelfi si affermarono a Firenze nella seconda metà del Duecento. La scelta del giglio quale simbolo cittadino deriva dall'iris, di colore bianco molto diffuso, fino  a pochi decenni fa lungo le rive dell’Arno e le colline intorno alla città.
La convivenza tra simboli guelfi e ghibellini si presenta anche in alcuni particolari architettonici dell’edificio. Infatti Palazzo Vecchio è l’unico edificio in città che presenta una merlatura guelfa, di forma quadrata sopra il ballatoio, e  ghibellina, a coda di rondine sulla torre.
Il terzo stemma, partito bianco-rosso, rappresenta invece il rapporto storico tra Fiesole (bianco) e Firenze (il rosso). La Fiesole etrusca, ricca e potente, fu infatti il primo insediamento della zona, a cui subentrò nella forza commerciale, grazie anche al porto fluviale la Firenze romana.
Il quarto stemma, le chiavi d’oro in campo rosso, indica l’insegne papali a testimoniare il riconoscimento e la fedeltà della Repubblica verso il Papa. La scritta Libertas d’oro in campo azzurro invece è il simbolo dei Priori, coloro che erano posti alla guida delle Arti e delle Corporazioni, e la scritta simboleggia la loro l’indipendenza dal potere politico.
L’ aquila rossa con tra gli artigli un drago verde in campo bianco è lo stemma del partito di parte guelfa (il bianco e il rosso infatti sono i colori dei guelfi, mentre il partito dei ghibellini si rappresentava con il bianco e il nero).
Gli ultimi due stemmi, gigli d’oro in campo azzurro e partito a fasce nero-oro e gigli d’oro in campo azzurro, ricordano il legame della città con la casa regnante francese ed in particolare con San Luigi, il primo, e con Roberto d’Angiò, il secondo.

Gli stemmi di Palzzo Vecchio

Per concludere due ulteriori curiosità storiche su Palazzo Vecchio. Il palazzo fu costruito tra il 1299 e il 1314, ma prese l’appellativo vecchio quando i Medici decisero di trasferire la loro nuova dimora privata a palazzo Pitti, acquistata nel 1550. Mentre è nel 1353 che fu posto sulla torre di Arnolfo un orologio, fabbricato in un officina in una via in prossimità del Duomo che da allora venne chiamata via dell’Oriuolo. La stessa officina fu utilizzata dal maestro orologiaio tedesco, Giorgio Lederle, chiamato nel 1667 per costruire il nuovo orologio a lancetta singola presente ancora oggi sulla torre.
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venerdì 18 febbraio 2011

Scorci di Firenze

Foto di Roberto Di Ferdinando

Veduta di Piazza del Cestello dai lungarni, serata di dicembre
Borgo degli Albizi
Lungarno Pecori Giraldi, riflessi d'autunno
 

domenica 13 febbraio 2011

Il soggiorno di Mozart a Firenze

Articolo Pubblicato sulla rivista Microstoria nel 2007
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Il 2 aprile 1770 il quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), per la prima nella sua vita, si esibì in concerto a Firenze presso la villa di Poggio Imperiale alla presenza della corte granducale. Quell’esibizione fu l’evento più importante del breve soggiorno fiorentino del Divin Fanciullo. Mozart infatti era giunto a Firenze il 30 marzo 1770 per ripartire il 9 aprile dello stesso anno. In questo suo primo viaggio in Italia Wolfgang fu accompagnato dal padre Leopold (1719-1787), già apprezzato violoncellista e compositore, che aveva sacrificato la propria carriera per dedicarsi a quella del figlio dimostratosi precocemente un talento musicale. Leopold aveva condotto il piccolo Amadeus nel Bel Paese, principalmente per motivi di studio, sebbene in cuor suo auspicasse di trovare per il figlio un’importante sistemazione professionale, in particolare a Firenze, presso la corte del Granduca Pietro Leopoldo. Pietro Leopoldo infatti aveva già visto esibirsi il giovane Amadeus in due occasioni, nel 1762 e nel 1769 sempre dinanzi alla corte imperiale asburgica e ne era rimasto entusiasta. Leopold quindi, memore di quel nobile apprezzamento, prima di giungere a Roma, per assistere alle celebrazione della Pasqua, decise in quella primavera del 1770 di condurre a Firenze il figlio. I Mozart quindi, partendo in carrozza da Bologna, giunsero a Firenze la sera del 30 marzo 1770, entrarono in città dalla Porta di San Gallo, nell’attuale Piazza Libertà, percorsero Via Larga, l’odierna Via Cavour, e Via Martelli, per giungere in Piazza di San Giovanni, qui presero alloggio nel più importante albergo della zona, l’Aquila Nera. L’Aquila Nera, oggi non più esistente, era posto all’angolo tra le attuali Via Cerretani e Piazza dell’Olio (negli scorsi mesi, in occasione delle celebrazioni ufficiali per i 250 anni dalla nascita di Wolfgang Amadeus Mozart, proprio in Piazza Olio dove sorgeva l’antico albergo, è stata posta una targa che ricorda il soggiorno fiorentino del piccolo grande Amadeus).

Piazza dell'Olio, il luogo dove sorgeva l'albergo "Aquila Nera"

Piazza dell'Olio, la targa che ricorda il soggiorno fiorentino di Mozart

Il giorno successivo al loro arrivo Amadeus fu costretto a letto da un fastidioso raffreddore dovuto alla tempesta di pioggia che aveva sorpreso i Mozart nel valicare l’Appennino. Solo quindi il 1° aprile padre e figlio poterono recarsi presso la cancelleria di corte per ottenere udienza dal Granduca. Grazie ad una lettera di presentazione evitarono di fare anticamera e nella stessa mattina incontrarono Pietro Leopoldo. Questi accolse con grande cordialità i Mozart e fu estremamente felice di rivedere il piccolo Amadeus, le cui capacità artistiche erano ormai internazionalmente riconosciute, tanto da stabilire per il giorno successivo un concerto, o meglio un’accademia come si era soliti definire allora tali esibizioni, di Wolfgang presso la villa di Poggio Imperiale.
La sera del 2 aprile infatti nel salone delle feste della villa medicea di Poggio Imperiale, residenza estiva dei granduchi, alla presenza di numerosi notabili fiorentini, il giovane Mozart suonò il cembalo accompagnato al violino dal celebre livornese Pietro Nardini, primo violinista di corte, eseguendo alcune sonate di Luigi Boccherini. Ma a caratterizzare la serata fu l’incontro di Wolfgang con il marchese Pierre-Eugène-François de Ligniville, ministro delle poste, sovrintendente musicale del granducato, compositore dilettante ed appassionato dello stile contrappuntistico più ermetico. Il nobiluomo volle infatti mettere Wolfgang alla prova, sottoponendogli alcuni complicati enigmi compositivi che il ragazzo però risolse facilmente; “come se mangiasse un pezzo di pane" raccontò l'orgoglioso Leopold in una lettera alla moglie. Quella sera comunque De Ligniville impressionò talmente Amadeus, che questi successivamente volle studiare approfonditamente il monumentale Stabat Mater a tre voci composto dal marchese; non solo, si ritiene che anche i due canoni (Cantate Domino KV 89 e il Kyrie), scritti nei mesi successivi da Mozart, siano stati influenzati proprio da quell’incontro con il nobile fiorentino. Invece il desiderio di Leopold Mozart di vedere il proprio figlio ricoprire un incarico di corte, non si avverò. Infatti, l’attesa offerta del Granduca non giunse; il piccolo Mozart fu tuttavia compensato per la sua accademia con 333,6.8 lire (nell’Archivio di Stato di Firenze sono oggi conservati l’ordine e la ricevuta di quel pagamento).
Il soggiorno fiorentino dei Mozart continuò comunque ancora alcuni giorni, durante i quali Amadeus fece visita ai cantanti Giovanni Manzuoli e Carlo Niccolini, e si ipotizza, ma non vi sono testimonianze a confermarlo, che Amadeus a Firenze ebbe l’opportunità di conoscere anche il fiorentino Luigi Cherubini (1760-1842), allora un bambino di dieci anni, ma che ben presto sarebbe divenuto anch’esso un musicista di fama internazionale. Ma fu comunque la conoscenza, questa volta certa, di un altro adolescente a caratterizzare gli ultimi giorni fiorentini del piccolo Mozart. Infatti frequentando il salotto culturale della poetessa Maddalena Morelli Fernandez (Corilla), Amadeus conobbe qui il coetaneo inglese e prodigio musicale Thomas Linley (1756-1778), figlio del compositore Thomas Linley. I due divennero subito amici tanto da esibirsi il 5 aprile in un duetto con violini presso le sale dell’albergo Aquila Nera e replicando l’esibizione privata il 6 aprile presso l'abitazione di Giuseppe Gavard, nobile ministro del Granducato.
I Mozart lasciarono Firenze per Roma la mattina del 9 aprile 1770. L’ultima persona a salutarli fu proprio Thomas Linley che li accompagnò fino fuori le mura cittadine. I due giovani non si sarebbero più visti, otto anni più tardi Thomas infatti morì in un incidente. Amadeus Mozart non avrebbe più rivisto neanche Firenze, nonostante Leopold Mozart in una lettera alla moglie nella primavera del 1770 avesse così descritto Firenze:  "Desidererei che tu potessi vedere Firenze, i suoi dintorni, la sua posizione: diresti che qui si deve vivere e morire". In verità i Mozart ritornarono altre due volte in Italia, ma in entrambe le occasioni i due non ripassarono per la città del Giglio. Eppure, nel loro ultimo viaggio italiano, tra l’inverno del 1772 e la primavera del 1773, Leopold attese ancora, ma sempre invano, l’invito del Granduca per un incarico a corte per il figlio, ma Pietro Leopoldo, forse troppo occupato a dare alla Toscana stabilità politica e sviluppo economico, ancora una volta non colse l’occasione di far annoverare tra i cittadini di Firenze il genio musicale di Mozart.
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venerdì 11 febbraio 2011

Le curiosità di Piazza sant'Ambrogio

Articolo Pubblicato sulla rivista di Firenze Informa nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La piazza di Sant’Ambrogio, nel quartiere di Santa Croce, a dispetto delle sue piccole dimensioni è un luogo di grande importanza storica oltre che religiosa. Sulla piazza si affaccia infatti la chiesa di Sant’Ambrogio che, nonostante la sua anonima facciata ottocentesca, è tra più antichi luoghi di culto di Firenze, come testimonia il suo interno. Fu infatti eretta, quale cappella di un vicino convento di suore benedettine, nel VI secolo, presso il luogo dove Sant’Ambrogio soggiornò nel 403. Nei secoli successivi la chiesa è divenuta un’importante meta di pellegrinaggio in seguito a due miracoli liturgici qui accaduti.
Il primo si manifestò il 30 dicembre 1230. La mattina precedente infatti il cappellano della chiesa, don Uguccione, dopo aver servito la messa si era dimenticato nel calice del vino consacrato. Il mattino seguente, servendo nuovamente messa, il cappellano, mentre era intento a celebrare la comunione, si accorse che all’interno del calice il vino si era trasformato in sangue rappreso. Tutti i presenti gridarono al miracolo, la notizia si sparse velocemente per la città e numerosi fiorentini accorsero in chiesa. Il prodigioso evento fu certificato come miracolo dal vescovo cittadino, Ardingo da Pavia, il quale stabilì che la reliquia fosse custodita nella chiesa, dove è tuttora conservata all’interno del tabernacolo di marmo del presbiterio  opera di Mino da Fiesole (1429-1484) che non a caso è qui sepolto accanto alla tomba di un altro illustre personaggio, l’architetto Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca (1499-1504).
Clamorosamente nella stessa chiesa si verificò anche un secondo miracolo eucaristico. Il 24 marzo 1595, infatti, che era il Venerdì Santo, durante il rito della messa una candela appiccò il fuoco all'altare ed ad alcuni arredamenti sacri. Nei disperati tentativi di spegnere l'incendio ed a causa della confusione sorta, nessuno si accorse che un contenitore con dentro sei ostie consacrate si era aperto rovesciando il suo contenuto su un tappeto che stava bruciando. Una volta spento l'incendio, sul tappeto carbonizzato, i presenti notarono splendere le sei ostie intatte ed immacolate. I presenti, incapaci di spiegare come quelle ostie avessero resistito al fuoco, si convinsero del miracolo. Oggi quelle stesse ostie, ancora integre dopo secoli, sono custodite nella chiesa quali miracolose reliquie.
Uscendo dalla chiesa, sul lato destro della sua facciata, proprio sull’angolo della piazza con Borgo la Croce, possiamo invece osservare due pietre angolari, una riporta scolpita la scritta: “A C A I  G.M.G.M MDLXXVII”, l’altra, sottostante, “CITTA' ROSSA”. Queste pietre testimoniano che la chiesa di Sant’Ambrogio in passato fu anche sede della giurisdizione del Gran Monarca della Città Rossa. Questo era il nome della locale Potenza. La Potenza era un’istituzione che aveva lo scopo di organizzare giochi, feste e ricorrenze; a Firenze, nel Seicento, si contavano circa cinquanta Potenze, spesso in accesa rivalità tra loro che solitamente sfociava in tumultuosi scontri. L’usanza voleva che i capi delle Potenze assumessero curiosi e roboanti titoli nobiliari, tra cui ricordiamo il Barone della Malcucina dagli Ammazzatoi, il Signore dello Scompiglio o il Signore della Graticola. Nel 1629, sotto Cosimo II, le Potenze furono smantellate per la mancanza di fondi da destinare a queste costosissime feste, ma principalmente perché i Medici vedevano queste istituzioni quali pericolosi luoghi di cospirazione.


Chiesa di Sant'Ambrogio. il cerchio indica la targa della CITTA' ROSSA

La targa CITTA' ROSSA, posta sulla facciata della chiesa
Sull’angolo opposto della piazza, quello tra Borgo la Croce e via De’Macci, notiamo invece in alto un  tabernacolo dedicato a Sant’Ambrogio ed attribuito a Giovanni della Robbia, e più sotto una targa che riporta la seguente scritta: “ME FERMA PASSEGGIERO, LEGGI, PER QUESTE DUE CONTRADE PASSÓ L'IMMORTAL PIO VII P.O.M. L'ANNO MDCCCV IL DÍ VIII MAGGIO E COMPARTÍ AI DEVOTI ED UMILIATI ABITANTI L'APOSTOLICA BENEDIZIONE”.


La targa che ricorda il passaggio del Papa

Questa targa ricorda difatti il passaggio per quella via, l’8 maggio 1805 di Papa Pio VII (Barnaba Chiaramonti 1742-1823), che quel giorno passò da Firenze ritornando da Parigi, dove il 2 dicembre 1804, nella chiesa di Nótre-Dame, aveva consacrato Imperatore, Napoleone Bonaparte.
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Riposo all’Erta Canina

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Le tortuose e strette strade collinari che circondano Firenze oggi per i fiorentini rappresentano le piacevoli mete per le passeggiate domenicali, ma fino al tutto l’Ottocento erano gli unici percorsi utilizzabili per giungere in città dalle campagne. Per chi poi doveva percorrerle trasportando merce o animali risultavano essere dure e poco piacevoli da affrontare. In Via dell’Erta Canina, la ripida strada che dal Viale dei Colli scende fino a Via de Bastioni, sulla facciata di una villetta, è posta una curiosa targa ottocentesca, che consiglia al viandante di riposarsi data la fortissima pendenza che caratterizza la via e da cui deriva il suo nome. La lunga esposizione agli agenti atmosferici ha reso quasi illeggibile la targa, che comunque riporta la seguente scritta: RIPOSO – DALLA PORTA DI S. MINIATO  PER L’ERTA CANINA BRACCIA 790 OSSIA UN TERZO DI MIGLIO. Ricordiamo che un braccio misurava circa 60 centimetri ed un miglio è circa 1.600 metri.
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Piazza della Signoria: l'Importuno

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nella parte inferiore della facciata di Palazzo Vecchio, alla destra dell'ingresso e dietro il blocco monumentale di Baccio Bandinelli, "Ercole che abbatte Caco", è possibile osservare un curioso graffito rappresentante un volto di uomo che i fiorentini sono soliti chiamare l'Importuno.
Non preoccupatevi, non è la solita testimonianza del passaggio di un contemporaneo teppista, che disprezza i monumenti; anzi, la tradizione vuole che ad eseguire quel profilo sia stata, invece, la mano di un famoso artista, quella di Michelangelo Buonarroti.


l'incisione di Michelangelo?

Si narra, infatti, che Michelangelo, mentre era solito attraversare Piazza della Signoria, fosse spesso fermato da uno sgradevole conoscente, che lo importunava con lunghe ed inutili chiaccherate.
Una volta, Michelangelo, impossibilitato a liberarsi di questo assiduo interlocutore, si appoggiò alla parete del Palazzo, e continuando ad ascoltarlo ed osservarlo, impugnò il martello e lo scalpello e dietro la schiena tracciò nel bugno il profilo dell'importuno, da cui il graffito prese così il nome.
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lunedì 7 febbraio 2011

Via Capponi e Via Laura: i passaggi di Palazzo della Crocetta

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa nel 2008
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Percorrendo Via Gino Capponi, in prossimità dell’angolo con Via Laura, se alziamo lo sguardo in alto, è possibile osservare un corridoio che collega l’edificio di Via Laura con la Basilica di Santissima Annunziata. Il corridoio fu voluto e fatto costruire dalla Principessa Maria Maddalena dei Medici (1600-1663), ottava figlia di Ferdinando I de' Medici e Cristina di Lorena e sorella di Cosimo II. La Principessa difatti risiedeva nel seicentesco Palazzo della Crocetta posto tra Via della Colonna, Via Laura e Via della Pergola, e che oggi è sede del Museo archeologico nazionale. Maria Maddalena dei Medici da adolescente fu colpita da una grave malattia che non le permise mai una buona deambulazione; Quindi lei, che era donna piissima, per non perdersi la celebrazione quotidiana della messa nella Basilica di Santissima Annunziata, fece costruire un lungo camminamento che, costeggiando via Laurea, attraversava poi, grazie al corridoio aereo, Via Capponi per giungere fin dentro alla Basilica. Qui, dietro una grata in ferro battuto ed oro, ancor’oggi visibile sopra la navata di destra in prossimità dell’’ingresso principale della chiesa, poteva assistere alla celebrazione o raccogliersi in preghiera senza suscitare la curiosità dei presenti.


la grata all'interno della Basilica

Oggi quel lungo camminamento, chiamato corridoio mediceo, è stato inglobato e nascosto, da una moderna struttura, all’interno del Museo Archeologico, si può infatti intravedere da Via della Colonna, dietro le finestre che si affacciano sul giardino, oppure percepirlo, passando per Via Laura in direzione di Via Capponi, dietro l’alto muro che percorre lungo tutto il lato di sinistra di Via Laura. Attualmente quel passaggio ospita la collezione di minerali e pietre preziose una volta in possesso dei Medici, ed aperto al pubblico solo in rare occasioni.


il passaggio di Via Capponi

Il Palazzo della Crocetta, sempre per permettere a Maria Maddalena di muoversi liberamente senza fare scalini,  fu dotato anche di altri tre passaggi tutti ancor oggi visibili. Uno che si dirige, in fondo a Via della Colonna, verso l’Ospedale degli Innocenti, e due che collegano, a metà di Via Laura, il palazzo con il Monastero della Crocetta, monastero fatto costruire nell’500 dai Medici e fatto ampliare proprio da Maria Maddalena molto devota a Suor Domenica del Paradiso, fondatrice del monastero, e con il Convento di Santa Maria degli Angioli.


il passaggio di Via Laura

La zona era stata da sempre sotto la diretta influenza della Signoria dei Medici. Via Laura in origine era stata un’anonima strada campestre, denominata, per la presenza di numerosi orti, Via Verzura, poi, per corruzione, Via Ventura. Lorenzo dei Medici volle rivalutare la zona facendovi costruire nuovi edifici e così la via prese il nome di Laurenziana, in onore del suo mecenate e poi, per abbreviazione, divenire Via Laura. Nel 1511 la Signoria fiorentina, per limitare nella zona l’influenza del vicino Convento di San Marco dell’”ostile” Fra’ Girolamo Savonarola, favorì il sorgere del convento domenicano di Suor Domenica del Paradiso, poi divenuto Monastero della Crocetta, dalla croce rossa che portavano sul mantello le monache.
Domenica Narducci nasce l’8 settembre del 1473 da una modestissima famiglia di contadini del borgo di Pian di Ripoli (oggi un busto ed una targa in Via di Ripoli ricordano il fatto), e giovanissima prende i voti nel Convento di Santa Brigida al Paradiso, da cui trasse anche il nome, Suor Domenica del Paradiso. Suor Domenica svolge una fervida attività di catechesi e di contemplazione, proprio nell’orto del monastero della Crocetta ebbe la visione di Gesù, mentre famose sono le sue profezie. Ma Suor Domenica non dimentica anche di curare tutti gli aspetti dell’esistenza quotidiana, tanto da introdurre e sviluppare tra le religiose l’arte del tessuto d'oro e d’argento i cui lavori divennero famosi in tutta Europa. Alla morte Suor Domenica fu sepolta nella chiesa di via Laura. Successivamente all’unità di Italia parte del complesso del monastero fu trasformato a civile residenza, l’ordine e le reliquie della venerabile furono così trasferite in via Aretina dove ancora oggi sono custodite.
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